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"Italian politics for dummies": il segreto di Pulcinella nel film di Ismaele La Vardera

Prodotto da Medusa e diretto da Claudio Canepari e Davide Parenti, il "film delle Iene" ricostruisce la candidatura a sindaco di Palermo del ventitreenne

di Livio Cavaleri
  • 29 novembre 2018

Ismaele La Vardera

«Mostrerò al mondo cos’è la politica», questa la missione di Ismaele La Vardera nel film che lo vede protagonista, Il sindaco. Italian politics for dummies. Ma i giochi della politica italiana che vuol svelare, possiedono invero regole ben note. Prodotto da Medusa e diretto da Claudio Canepari e Davide Parenti, il "film delle Iene" ricostruisce la candidatura a sindaco di Palermo del ventitreenne Ismaele La Vardera nel 2017.

Il film risulta il secondo più visto nelle duecentotrenta sale nazionali che lo hanno proiettato (in esclusiva nei soli giorni di 26 e 27 novembre). Di questa corsa, dei suoi inciampi e delle altre perdite di equilibrio, egli ha filmato tutto. Giornalista, iena, oggi sotto protezione dello stato, Ismaele diventa testimone incauto di una vicenda che non comprende appieno o comunque tardivamente. Il giudizio è sul La Vardera protagonista, non ragazzo, al quale probabilmente corrisponde un profilo differente.

I registi lo pongono al centro di una storia che esaspera le proprie caratteristiche farsesche e civili, quasi come un paladino del teatro delle marionette siciliano che si muove – o viene mosso, a seconda del grado di finzione – attraverso scene tragicomiche. Al pari del Sordi de "Un eroe dei nostri tempi", appare spesso spaesato ma sempre innocente. È come se rotolasse, durante la sua corsa elettorale, lungo un percorso in salita che lo porta a contatto con personaggi sempre più influenti nella politica italiana.

E sempre con una telecamera nascosta che registra. Ne incontra tanti di personaggi e ne incontra di tanti colori. Un po’ per occasione, un po’ per candore post ideologico giacché Ismaele non ha preferenze di partito. Per esser più precisi, si presenta al suo giovane ed entusiastico staff come esponente di quel civismo slegato dalla vecchia partitocrazia, per poi ritrovarsi a incontrare – in ordine sparso - esponenti del Pd, così come Totò Cuffaro, l’ex presidente della Regione Crocetta, fino a Giorgia Meloni e – attraverso Giancarlo Giorgetti – l’attuale ministro dell’Interno.

Va dove lo portano i suoi contatti, spinto da un camaleontismo precoce che lo porta agevolmente a maturare posizioni differenti, specialmente sul tema immigrazione, passando dalle idee cosiddette solidali e “buoniste” a quelle caute e “realistiche”, non dissimili dal Salvini nella rarissima versione ragionevole e finto-istituzionale. Allo stesso modo ritira presto le sue accuse circa l’“antimeridionalismo” del vicepremier, dopo un pallido e inadeguato tentativo di braccio di ferro col numero uno del Carroccio 2.0.

Salvini avrà la meglio e otterrà di scorazzare per Palermo dentro la lapa di Ismaele, tra selfie e propaganda perenne. Ingenuo ma determinato, Ismaele compie nondimeno scelte politiche ben precise. Lo stesso programma elettorale di La Vardera – così racconta il film – viene stilato in divenire, durante la campagna elettorale, attraverso le “passeggiate delle idee”, sorta di tardivo pellegrinaggio urbano nelle vie di Palermo, nella speranza di apprendere qualcosa del dibattito pubblico locale e muovere i primi timidi passi nella politica. Ma Ismaele è già informalmente in corsa per Palazzo delle Aquile mentre cerca, batosta dopo batosta, di raggiungere la pubertà politica.

Al pari di certe formazioni parapartitiche le quali – tra sirene, scie chimiche, manine occulte e dietrofront su grandi opere – muovono verso l’età adulta mentre si trovano già nei palazzi del potere. Come voler risolvere un complesso teorema matematico– tale è il governo di una città – proprio mentre si imparano le tabelline.

«Scoop» dopo scoop, Ismaele racconta in realtà una sequela di segreti di Pulcinella: come il ruolo di puparo di Totò Cuffaro nel muovere voti, il quale gli propone di rinunciare alla corsa e sostenere Ferrandelli sperando in un assessorato. Consueto tentativo di accordo tra le parti concorrenti nel corso di un agone elettorale, questo, più o meno discutibile, più o meno trasparente ma ben noto a un cittadino informato. Segue lo stupore del protagonista per le attenzioni della Lega nei confronti della partita di Palermo, quasi che Ismaele si renda conto, con qualche anno di ritardo, come il partito che fu di Bossi ha allargato il perimetro e non è più un partito territoriale. Il ragazzo è scandalizzato, peraltro, da un trasformismo che egli stesso subisce nel momento esatto in cui ne parla.

Come se il pupo si incazzasse col suo puparo perché si sente manovrato. Ismaele finisce, sempre per caso, a colloquio col nipote del boss mafioso del quartiere della Kalsa. Che la mafia orienta i voti e gestisce il voto di scambio è un’altra verità di La Palice e non è la prima volta che viene documentata. Un altro proverbiale sti cazzi. Quantomeno ne è seguita un’indagine della Magistratura. Il film, per qualche ragione, è incentrato sulla narrazione del ragazzo in sé. Lo vediamo in veste di giovane sognatore, lo vediamo in mutande (perché? È la domanda spontanea che sputa chi riceve una punizione immeritata) e in quella di felice natante.

Lo vediamo nella sua sfera intima e nel rapporto con la madre, verace macchietta del lungometraggio che strappa non poche risate durante le sue incursioni nei mercati di Palermo a pubblicizzare la candidatura del figlio. La seduzione del grande schermo defrauda la banalità del rispettivo pudore, per via di quella legge dell’apparire che costringe capricciosamente a occupare ogni finestra mediatica perché ancora libera.

La voce narrante del protagonista cerca una cifra qualitativa in una autocomicità posticcia e in un tenero scatto d’orgoglio. Il sindaco non è riuscito, al suo posto sarebbe bastato un servizio delle Iene (programma capace di inchieste decisamente migliori) o ancor più semplicemente un lungo post di un social network. È una specie di House of cards di provincia, formato YouTube, che per di più pretende di svelare tardivamente misteri che riempirebbero una puntata di Kazzenger.

Ciò che il film svela non sono allora quelle prassi (poco) segrete del potere (o piuttosto semplici dinamiche da campagna elettorale cittadina), quanto quel vizio talvolta italiano di improvvisare e raffazzonare, in tutti i campi e in tutte le discipline, di fari a com’è gghiè, e senza risparmiare la politica. Alla quale rivolgersi con lo stesso rigore con il quale si condisce a pasta ‘ncaciata. Non più un popolo di santi, poeti e navigatori. Piuttosto indignati, youtuber e mammoni.

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