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L'immagine del gettone ed è subito nostalgia: il Sirio, delizia dei giovani, croce dei genitori

Aperta da Salvatore Vaccaro verso la metà degli anni Ottanta in via Marche, era una delle sale giochi più grandi di Palermo. Quante storie si sono intrecciate in quel luogo, quanti ricordi e quanta nostalgia

Claudia Rizzo
TV producer
  • 14 maggio 2021

Il "gettone" della sala giochi Sirio (foto - e gettone - di Eugenio Butera)

«Al mio tre scatenate i ricordi che riaffiorano dal vostro subconscio adolescenziale: 1… 2… 3….»: una "sfida" lanciata su Facebook postando l'immagine di un gettone, anzi "del gettone", quello con su scritto Sirio ritrovato per caso nei cassetti impolverati ed è subito nostalgia. Valanghe di "like" e i commenti dei palermitani classe '70 e '80 si inseguono per giorni, ripercorrendo una vita passata ma mai dimenticata.

«I migliori anni di scuola!», «Il mio primo ufficio!», «Eh vabbè, anni e anni passati là dentro dai 15 ai 20 anni. Era dietro casa dei miei genitori, che ricordi!», «Anni ad allenarmi a ping pong e biliardo!», «Paghette intere, primi debiti di gioco ("Domani te li do"), promesse infrante, appuntamenti ai quali non sono mai più andato, dipendenza da bevande energizzanti e zuccheri, di tutto!» sono solo alcuni degli innumerevoli flashback che si leggono sotto quella foto.



Perché "il Sirio" (o "la Sirio", non c'era una regola) non era una semplice sala giochi, ma la sala giochi con la S maiuscola, quella dove intere generazioni di adolescenti perdevano la cognizione del tempo prima di varcare la porta di casa, sperando (più che altro i più piccoli) di non sentirsi dire la fatidica frase "Questa casa non è un albergo!". In quel caso, significava avere superato l'ora di cena ed erano guai.

Aperta da Salvatore Vaccaro verso la metà degli anni Ottanta in via Marche, era una delle più grandi di Palermo e fin da subito molto frequentata.

«Oltre allo zoccolo duro di ragazzi un po' più "schiffarati" che stavano lì dalla mattina alla sera, tra scommesse a biliardo e altri modi per trovare qualche soldo in più da spendere, il sabato e la domenica diventata un passatempo anche per le famiglie» - ci racconta Alessandro, il figlio del proprietario, che ricorda ancora la felicità provata da bambino nel camminare in sala con un sacchetto trasparente pieno di gettoni da poter usare insieme a qualche fortunato compagnetto di classe.

Due piani di perdizione dove numerosi tavoli da biliardo, ping pong, calcio balilla e grossi cabinati di videogiochi ammiccavano luccicanti a ragazze e ragazzi ansiosi di consumare l'intera paghetta settimanale. D'altronde, «a quei tempi non esistevano le console. O meglio, comparivano i primi pc dedicati ai giochi come "ommodore 64" e poi "amiga", ma dal punto di vista qualitativo c'era un abisso tra i giochi di casa e quelli in sala». Ecco perché non c'era storia e quella non poteva che essere tappa fissa per chi voleva divertirsi.

E poi il Sirio non era solo joystick e stecche. In quel luogo mitologico si andava per fumare le prime sigarette senza essere visti da genitori e parenti, si conosceva gente più grande di qualche anno e si socializzava con ragazzi e studenti di altri quartieri e scuole.

Già, perché a un certo punto quella sala giochi divenne "di moda". Il passaparola, un appuntamento dato là davanti alla ragazzina a cui si faceva il filo, il rivugghio che a volte impediva addirittura alle auto di attraversare la strada e, come capita ai locali che fanno tendenza, il mitico Sirio a metà anni '90 divenne il punto di ritrovo principale in città. Garibaldini soprattutto, ma anche allievi del Cannizzaro, del Meli, del Galilei. Di mattina "se la buttavano" e andavano in quella che era ormai considerata una seconda casa.

Giuseppe era uno di questi. Marinava la scuola spesso, si metteva d'accordo con Marco e subito in sella sul "motorino" direzione via Marche: «Il Sirio era la sala migliore di Palermo, con giochi all'avanguardia e biliardi molto belli. Mortal Kombat andava per la maggiore, ma c'era anche un videogioco di calcio dove potevi dare calci all'avversario se l'arbitro non ti vedeva» - racconta con voce entusiasta - «Se saltavi le lezioni, non potevi non passare da lì. L'ultimo anno di liceo ho fatto circa 40 assenze. Però mai oltre due di fila, così evitavo di dover portare la giustificazione».

Alessandro, infatti, ricorda ancora «scene di genitori che andavano a cercare i loro figli lì, talvolta facendo volare qualche schiaffone, altre volte chiedendo agli impiegati di non farli più entrare». Ovviamente, candidamente confessa, che si augura di non doversi trovare nella loro situazione fra qualche anno.

Ma non c'erano soltanto le mattine. Di pomeriggio, specie il sabato, capitava di tutto: «ci si zitava, si giocava, si "cazzeggiava", e ci si organizzava per la sera». Era un piccolo grande mondo dove negli anni «sono gravitati tantissimi "personaggi", molti dei quali con improbabili soprannomi: c'erano gli schiffarati, gli spendaccioni, quelli sempre senza una lira ma che per magia riuscivano sempre a giocare, ma anche qualche testa calda che purtroppo ogni tanto provocava qualche rissa».

Per lo più, però, il Sirio era frequentato da bravi ragazzi che avevano trovato il luogo e il modo di stare insieme, tanto che, come racconta Giuseppe, «il proprietario cercava sempre di allontanare i disturbatori».

Adesso delle mitiche sfide a Final Fight, Street Fighter, Mortal Kombat e Tekken 3 ne è rimasto soltanto il dolce ricordo, e al posto del Sirio c'è una scuola di danza. La sua storia è finita nel 2014, e con lei un'epoca, ma rimane viva nella memoria di chi l'ha vissuto come seconda casa.

Chissà se gli adolescenti di oggi, tra wii e playstation, sapranno mai dove andavano i propri genitori quando "se la buttavano" e cosa si stanno perdendo senza luoghi come quello. E chissà se (e in quale posto) Giuseppe, Arturo, Paola, Mauro, Laura e tutti i ragazzi e le ragazze di allora, ormai diventati adulti, andranno a recuperare i propri figli in futuro.
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