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La fontana dell'Acqua Babba, "a Burddia" e tanta pace: Corleone raccontata dalla sua poetessa

Corleone la conosciamo davvero? Nella convinzione che debba essere superata la comune narrazione, a farci da guida è chi questo luogo lo conosce davvero, Angela, una poetessa

Susanna La Valle
Insegnante e scrittrice
  • 25 novembre 2021

Corleone la conosciamo davvero? Convinta che debba essere superata la comune narrazione, ho chiesto di farmi da guida alla sua poetessa, Angela Riina. Il suo libricino in versi Corleonesi, ha conquistato tantissimi lettori, ed è stato acquisito nel fondo sezione “Beni Culturali”, dell’Università di Pisa. E chi meglio di un poeta può raccontare la sua amata terra?

Corleone è adagiata nella conca della "Rocca ri Maschi",tra il Castello Soprano e il Sottano.

Ha una lunga storia di popoli e dominazioni, Arabi, Normanni, Spagnoli... Il carattere fiero dei suoi abitanti racconta che più volte fu messa in vendita dalla Corona, ma fu sempre riscattata dai fieri Corleonesi.

Sono ospite in quello che è ancora un progetto imprenditoriale, la “Casetta Corleone”. Angela vorrebbe unire all’ospitalità, la conoscenza di Corleone, con le sue tradizioni, storie, luoghi, sapori. Nella sua “Casetta” la colazione è a base dei prodotti caseari della famiglia, i cannoli con la sua ricotta, il Casatiello, frutta, e i tipici biscotti “a taralla e u tetù”.



Angela è bella, forte e determinata, lo stendardo del suo comune, un leone rampante che tiene in mano un cuore pulsante, la rappresenta.

La prima tappa del tour è “a Burddia”, in via Lombardia, qui tra un lapino che "abbannia" frutta, le lenzuola stese dai balconi, c’è la fontana “dell’Acqua Babba”. Il nome è per una testa dalla cui bocca esce un’acqua sempre fresca di una sorgente. Lo sguardo vuoto e la bocca aperta effettivamente danno l’idea di uno scemo, di un “Babbo”, da qui il nome.

Benché un cartello avverta che l’acqua non è potabile, qui l’hanno sempre bevuta, e non è raro trovare qualcuno che, dopo aver gustato una sorsata, ti dice “ Bivi”, consiglio che non ammette repliche. Prendiamo la strada per le due rocche, mi dice che a maggio è percorsa a piedi dalle donne di Corleone che recitando le omelie del Vangelo in siciliano, si recano alla Chiesa della Madonna delle Due Rocche.

Il nome è per un’immagine di una Madonnina con Bambino trovata in una fenditura della roccia. La Chiesetta, tra olmi, larici, gelsi e il suono della cascata, riporta a un mondo arcadico perduto.

All’interno di un bosco meraviglioso, le Due Rocche circondano un salto di quasi 4 metri, creando in basso una grande pozza d’acqua. La forza della cascata alza un vapore, che depone sugli alberi delle goccioline, piccoli prismi di cristallo, in ognuno dei quali c’è un piccolo arcobaleno. Vicino c’e il ponte “ Saracino” d’epoca medievale, insieme ai resti dell’acquedotto arabo con le arcate che sembrano, incastrate nelle rocce, e i resti di mulini ad acqua. Se qualcuno pensa a una Sicilia arida, qui, si dovrà ricredere, l’acqua è qui da millenni, ha scavato e modellato questi territori.

Angela mi racconta che da ripide scale dai gradini enormi, i giovani raggiungevano dei punti strategici (tineddu), da cui si tuffavano nella pozza, pratica pericolosa ora vietata. Qui vicino Angela compone versi e studia (quest’anno affronterà la maturità al “ Don Calogero Di Vincenti” di Corleone), in compagnia della sua cavalla Cloe. La raggiungiamo, è un esemplare superbo di razza Anglo-Orientale.

Uscita dalla stalla Cloe si muove in libertà, è piccola, non è addestrata, ma come dice Angela, è “manza”. È un vero spettacolo quando “balla”al suono di un Carillon. La vedo correre, alzarsi su due zampe, porgere il muso per ricevere baci, si vede che tra loro c’è un rapporto speciale.

Lasciamo Cloe e dopo una salita, arriviamo alla Chiesa SS. Salvatore. L’origine è medievale, seppur ricostruita. Una volta era un convento di Clausura e un orfanatrofio, ci sono le grate da dove le suore assistevano alla messa. Nel sagrato mi vengono in mente le parole di una poesia di Angela “ti poi frimari tuttu u paisi poi impugnari…” La vista da qui è veramente unica.

C’è una grande spiritualità in questo Comune, che come dice Angela in una poesia, ha “cento” Chiese, con Santi e Confraternite. Lei appartiene a quella del Crocefisso della Catena. Un Crocefisso rinvenuto in un pozzo di un’abitazione privata e da allora custodito in una preziosa teca nella Chiesa di Santa Rosalia. Festeggiato il 14 settembre, è portato per le vie, in un tripudio di gonfaloni, musica e preghiere. L’acqua fa parte dei rituali, i fedeli si recano al pozzo per bere.

Nel primo pomeriggio, siamo al Castello Soprano e quello Sottano. Questi erano due accampamenti di origine araba collegati attraverso le mura, quello Sottano probabilmente scivolato in basso per movimenti del terreno. Nel castello Soprano, si vedono i resti di una superba Torre Saracena. Ma è il Sottano che cattura la mia attenzione, fu stanziamento di una Colonia Lombarda, per essere poi Carcere fino al XX secolo. Oggi è il convento dei Frati Minori Rinnovati, la cui missione è il rinnovamento del Carisma della Regola di San Francesco. Vivono in radicale povertà, dedicandosi al lavoro quotidiano, alla contemplazione e alla preghiera.

Angela mi dice che s’incontrano per il paese scalzi con la barba lunga e un povero saio come abito, tra loro c’è anche un Esorcista. Nelle celle dell’antica prigione i loro letti. Poggiato su una rupe calcarea, l’Eremo è uno spettacolo. I Frati vi hanno realizzato un orto con piante ed alberi, sembra un giardino pensile immerso nel misticismo.

A cena con la famiglia, il padre di Angela racconta vecchie storie, come quella di un venditore di Palermo che così "abbanniava": «Cattu capiddi e cangiu cu sapuni». Le donne Corleonesi scioglievano il “tuppo” e barattavano i loro capelli con la liscivia o il sapone morbido, con cui poi andavano a lavare il bucato alle due rocche.

Torno alla “Casetta”, domani Angela mi porterà al pascolo, vicino al bosco della Ficuzza e alla residenza di Federico II, al Museo e alla Chiesa Madre. È tardi, mi siedo fuori sul marciapiede, c’e un’aria quieta, frizzante, pulita. Qui si sta bene, respiro serenità e affetto. Qui non c’è paura.
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