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La Madonna della Pietà: ovvero quando i Lombardi scolpivano opere d’arte a Palermo

Un autentico capolavoro del Quattrocento rimasto nell'oblio sotto terra per oltre mezzo secolo e tornato alla luce solo alla fine degli anni del secolo scorso

Maria Oliveri
Storica, saggista e operatrice culturale
  • 10 aprile 2022

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Madonna della Pietà nella chiesa di Santa Zita a Palermo

A pochi passi dal conservatorio Vincenzo Scarlatti, all’interno della chiesa di San Mamiliano (già Santa Zita) è custodito un candido gruppo marmoreo, un vero capolavoro quattrocentesco attribuito a Giorgio Brigno da Milano (coevo del più famoso Domenico Gagini) per analogia con altre opere. L’opera raffigura la Madonna della Pietà col Figlio morto, deposto dalla croce. La rappresentazione della Pietà non è riconducibile ad alcun racconto presente nei Vangeli, né ai testi apocrifi, ma è “un’invenzione” popolare.

La “Pietà” è un tipo di scultura devozionale nata in Germania nel XIV secolo, con il nome di Vesperbild; raffigura la Madonna seduta che sostiene, sulle proprie gambe, il corpo esanime e irrigidito del Cristo morto. Il Vesperbild è caratterizzato dalla rappresentazione di una Vergine molto giovane e di un Cristo estremamente rigido e dalle dimensioni ridotte rispetto a quelle della Madre. Quest’ultima caratteristica può essere letta come una prefigurazione della Passione del Cristo negli occhi della madre, che in realtà tiene tra le braccia il figlio ancora bambino.



Il gruppo scultoreo della chiesa di Santa Zita è rimasto nell’oblio per mezzo secolo ed è tornato alla luce solo alla fine degli anni Novanta del secolo scorso. È opportuno ricordare che la chiesa di Santa Zita, dedicata dai fondatori lucchesi alla loro patrona, è più conosciuta come chiesa di Santa Cita: una storpiatura del nome che si trova anche in molti documenti ufficiali.

Torniamo al gruppo marmoreo; scriveva il canonico palermitano Antonino Mongitore nel 1720: “Innanzi la cappella del SS.mo crocifisso, nella chiesa di Santa Zita dei padri domenicani, si apre sotterranea cappella, dedicata alla SS.ma Vergine della Pietà con un simulacro di marmo di basso rilievo, di Nostra Signora Addolorata che tiene in seno il suo dilettissimo figlio morto, come l’ebbe sul Calvario deposto dalla croce”; eppure nonostante l’accurata descrizione del Mongitore della cripta sotterranea dei Lanza Trabia s’era persa la memoria…

La cripta è rimasta in uno stato di desolante degrado e di abbandono per più di cinquant’anni, da quando all’indomani del secondo conflitto bellico, ormai sommersa dai detriti venne ricoperta con una soletta di cemento per murare l’ingresso.

Probabilmente era in stato di abbandono già prima della guerra. La chiesa di Santa Zita infatti era stata espropriata nel 1915 per essere trasformata prima in magazzino e poi in aula di tribunale. Era stata riconsacrata e riaperta al culto nel 1923: Maria Accascina che dedicò un articolo di plauso a tale riapertura, pur indugiando nella descrizione del tempio, non fa minimamente menzione all’esistenza della cripta.

Durante a seconda guerra mondiale la chiesa fu semidistrutta dalle bombe sganciate nelle 3 incursioni aeree del 22 Febbraio, del 1 Marzo e del 16 Aprile del 1943 e divenne inagibile. Rimase chiusa, preda di furti e spoliazioni, per quasi dieci anni. Il 2 Giugno 1952 venne riaperta al culto e venne elevata a sede parrocchiale con il titolo di San Mamiliano, Vescovo e martire, dal Cardinale Ernesto Ruffini.

Nel 1995 durante i lavori di rifacimento del pavimento venne riportato casualmente alla luce il vano sotto la cappella Lanza, a sinistra dell’altare maggiore.

Il sopralluogo effettuato dalla soprintendenza di Palermo in data 3 Marzo 1996 “ha rilevato che la chiusura dell’originario accesso alla cripta eseguita nell’ultimo dopoguerra, con una soletta al livello della cappella soprastante, ha modificato il microclima della cripta, che presenta evidenti segni di umidità”

Il vano di accesso alla cripta venne riaperto l’11 Novembre del 1996. Alcuni palermitani tra cui la giornalista Alessandra Turrisi, che all’epoca frequentava ancora l’università e aveva da poco cominciato a collaborare con alcune testate giornalistiche ricordano il clima generale di entusiasmo generato dall’incredibile riscoperta della cripta dei Lanza.

La giornalista riuscì ad effettuare una visita, accompagnata dal parroco dell’epoca e nonostante il degrado e il tanfo ammorbante (a causa dell’umidità e della mancata aereazione del locale) che toglieva il fiato, rimase particolarmente impressionata dalla suggestiva cappella sotterranea decorata a marmi mischi, un luogo quasi sospeso nel tempo, con un fascino indiscutibile: in un angolo per terra si trovava il gruppo marmoreo della Madonna della Pietà, ricoperta di polvere.
I lavori di restauro iniziati il 10 Marzo 1997 vennero ultimati l’8 Giugno 1998.

Una cripta ad uso familiare come quella dei Lanza rappresenta un caso insolito, nella città di Palermo, dove le cripte erano concesse di solito ai religiosi o alle confraternite.

Venne realizzata successivamente al 1614, data in cui Ottavio e Giovanna Gioeni ottennero il giuspatronato di una cappella nella nuova chiesa di Santa Zita e la possibilità di poter realizzare una cripta. Sappiamo che nella primitiva chiesa di Santa Zita, i Lanza possedevano già una cappella in cui si trovava proprio il gruppo marmoreo della Madonna della Pietà.

Scrive a tal proposito sempre il Mongitore: “S’ha memoria della cappella intitolata a questa SS.ma immagine nell’antica chiesa, fin dal 16 d’Ottobre del 1506, nel testamento di Blasco Lancia, giureconsulto catanese, rogato da notar Matteo Fallera; avendo legato oncie sei per lo ius patronato di essa: e fu poi trasferita nella nuova chiesa la cappella col suo sepolcro”.

Gaspare Palermo precisava che nella cripta “Sull’altare si venera dentro nicchia ornata di marmi e custodita da cristalli un bellissimo simulacro di marmo della SS. Vergine scolpito a rilievo in atto di tenere in grembo il SS.Figlio deposto dalla croce”. La decorazione a marmi mischi fu completata nel 1689, come si evince dalla data ben visibile sul lato destro del paliotto d’altare. Committente ne fu la serva di Dio suor Caterina Giudice Venero, baronessa de’ Magazzinacci e terziaria domenicana “devotissima di questa sacratissima immagine” poiché “in questa cappella fu dalla Vergine favorita con grazie straordinarie ed ella grata alla Gran Reina cooperò agli ornamenti di marmo che fregiano la cappella”.

Secondo quanto riporta Pietro Cannizzaro il gruppo marmoreo della Pietà nella chiesa di Santa Zita era ritenuto miracoloso ed era oggetto di devozione popolare. Erano esposte tabelle votive e altri segni, a perenne memoria dei miracoli operati dalla Vergine “per mezzo di quel suo simulacro. Le copiose limosine offerte dai fedeli beneficati dalla madre della misericordia giovarono a portare a perfezione buona parte della fabbrica della chiesa nuova, che cominciarono intorno al 1603. Purtroppo nessuno si è dato pena di scrivere questi miracoli”.

Il Mongitore ci informa che “si celebrava la solennità della Vergine, in questa cappella, la quarta domenica di Quaresima” e riporta uno dei tanti prodigi di questa Madonna miracolosa: “Vi fu un certo, incredulo alla fama delle meraviglie operate dalla Gran madre della Pietà, beffava tutti quelli che raccontavano aver dalla Vergine ottenuto qualche grazia o miracolo, con ricorrere a quella Sacratissima immagine. E un giorno per fare più grave l’enormità della sua miscredenza portossi alla chiesa di Santa Zita e rideva della fede delle genti e dei miracoli.

Ma provò ben presto il castigo della sua incredulità; nella stessa chiesa fu reso subito privo della luce degli occhi. Allora il misero cieco conobbe la verità dei miracoli, onde ravvedutosi dell’errore chiese perdono con molte lacrime alla Vergine, constatando con l’esperienza quanto fosse prodigiosa in quella sua Sacratissima Effigie.La benigna Signora, che non ad altro oggetto aveva mostrato il castigo, che a far ravvedere l’incredulo, usò la sua singolar pietà confortandolo col restituirgli la vista.”

Per chi volesse ammirare l’opera di Giorgio Brigno: la chiesa di San Mamiliano è aperta ai fedeli e fruibile gratuitamente ogni domenica mattina, per la celebrazione eucaristica.
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