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"La Noce", i libri rari e il rapporto con la morte: De Vita ci svela un inedito Sciascia

Queste pagine svelano il suo lato più privato e vulnerabile, descrivendo la sua nobile riservatezza e i tormenti interiori ma svela anche altri maestri della letteratura italiana

Jana Cardinale
Giornalista
  • 22 febbraio 2026

Leonardo Sciascia e Nino De Vita

Sciascia era già Sciascia, Nino De Vita, invece, aveva 19 anni nel 1969, e in una Sicilia fatta di luce abbagliante e ombre profonde, si conobbero, e riconobbero, come spiriti affini. Le loro parole, diverse per tono e forma, nascevano dalla stessa terra e dallo stesso bisogno di verità. Il loro non fu un semplice rapporto personale, ma un vero e proprio sodalizio intellettuale, fondato sulla reciproca fiducia, sul confronto critico e su una comune visione etica della scrittura.

Un’amicizia lunga vent’anni, fino al 1989, quando il “maestro di Racalmuto” morì, la mattina del 20 novembre. Per la poesia in Sicilia, Nino De Vita, marsalese, rappresenta una figura di straordinaria rilevanza, è il "poeta antropologo" di un mondo che sta scomparendo e il custode di una memoria collettiva radicata nel territorio. È il creatore del mito di Cutusìo, la contrada di cui è originario e in cui vive, elevata a luogo letterario universale. Ha sempre pensato originariamente nella sua lingua nativa, e solo in un secondo momento tradotto o adattato i suoi pensieri all'italiano. Grazie al suo rapporto con Sciascia, ha avuto una frequentazione assidua con intellettuali del calibro di Vincenzo Consolo e Gesualdo Bufalino, e si è affermato come una voce autentica capace di esplorare le "afflizioni e le contraddizioni" del popolo isolano.

De Vita conobbe Leonardo Sciascia a Palermo, in via Siracusa 50, nello studio di Enzo Sellerio, di cui poco tempo prima aveva ammirato le foto esposte in una mostra fotografica ospitata in una galleria della città. Il poeta marsalese, che si rivolgeva a Sciascia chiamandolo sempre “professore”, ha deciso di raccontare la loro lunga amicizia nel 1990, un anno dopo la morte dell’intellettuale siciliano, ma ha tenuto per trentacinque anni il suo libro nel cassetto.

«Non mi sembrava giusto rendere di dominio pubblico le nostre conversazioni, gli episodi che ci hanno visto insieme e che ho anche ridotto poi nelle pagine, perché inizialmente erano molti di più, ma poi a un certo punto, lo scorso anno, mi sono deciso a pubblicarlo», dice. Il volume “Noi ci ricorderemo”, raccoglie le memorie del poeta, documentando l’intenso legame umano e intellettuale con Sciascia. Attraverso una prosa lirica e componimenti in dialetto siciliano, l'autore rievoca il loro primo incontro a Palermo e la nascita di una consuetudine fatta di viaggi in auto, visite alla casa della Noce e passioni condivise per i libri e l’antiquariato.

Il testo offre ritratti inediti di figure di rilievo come Gesualdo Bufalino, Vincenzo Consolo e Italo Calvino, intrecciando aneddoti quotidiani a riflessioni profonde sulla letteratura e sull'impegno civile. Queste pagine svelano il lato più privato e vulnerabile di Sciascia, descrivendo la sua nobile riservatezza e i tormenti interiori di fronte al mistero della morte.

L'opera funge da preziosa testimonianza di una stagione culturale siciliana ormai trascorsa, custodita dalla memoria affettuosa di chi ne fu testimone privilegiato. Il legame che ha unito Nino De Vita e Leonardo Sciascia per vent’anni è stato un intreccio profondo di amicizia personale, passioni intellettuali e condivisione quotidiana, nato da un incontro fortuito e consolidatosi attraverso la letteratura e la stima reciproca. A suggellare la loro frequentazione fu un dettaglio pratico: Sciascia non guidava e non possedeva un'automobile, mentre il diciannovenne De Vita aveva una Fiat 500 regalatagli dal padre.

De Vita si offrì di dargli un passaggio, dando inizio a un'assidua consuetudine di spostamenti in macchina che divennero lo scenario di lunghe conversazioni o di significativi silenzi. Un pilastro fondamentale della loro unione è stato l'amore viscerale per l'antiquariato librario. Sciascia era un collezionista avidissimo di libri di pregio e incisioni, e i due trascorrevano molto tempo visitando insieme librerie storiche e bancarelle a Palermo; e questa passione comune era tale che spesso le loro passeggiate terminavano inevitabilmente tra gli scaffali di una libreria, come quelle di Flaccovio o Ciuni.

Il loro rapporto andava ben oltre la semplice stima letteraria, entrando nella sfera privata e familiare. De Vita diventò un ospite regolare nella casa di campagna di Sciascia, "la Noce" a Racalmuto, dove lo scrittore trascorreva le estati scrivendo i suoi libri, e lì stabilì un legame profondo anche con la famiglia di Sciascia, giocando con i nipoti dello scrittore, Fabrizio e Vito, conversando con la moglie, Maria, discutendo di natura e tradizioni locali. Sciascia rappresentava per De Vita un maestro ideale, una guida a cui confidare dubbi e inquietudini, come quelle riguardanti l'impegno civile di figure come Danilo Dolci.

La loro amicizia era basata su una fiducia tale che Sciascia regalò a De Vita libri rari della propria collezione e condivise con lui riflessioni intime sul dolore (come nel caso della malattia di Calvino) e sul mistero della morte durante i suoi ultimi mesi di vita. In sintesi, ciò che li ha uniti è stata una comunione di sentimenti e di sguardi sul mondo, nutrita dalla costante presenza di De Vita come compagno di viaggio, sia fisico, sulla sua Cinquecento, che intellettuale.

Sciascia era punto di riferimento imprescindibile, un uomo capace di ascoltare e offrire consigli attraverso le sue poche ma precise parole, e il suo era un impegno vissuto con un senso di "dolore dell'impotenza" di fronte ai mali della sua terra, ma mai abbandonato. Il suo ritiro estivo alla "Noce" di Racalmuto era il luogo in cui, con inesorabile puntualità, scriveva i suoi libri. La sua stessa tomba, con la celebre frase "Ce ne ricorderemo di questo pianeta", è diventata un simbolo della sua eredità in terra siciliana.

Nel libro, ricco di aneddoti e curiosità, tra cui il rapporto “problematico” di Sciascia con la superstizione e in particolare con il numero 17, si fa cenno anche al rapporto con la fede, caratterizzato da un percorso complesso, e da un’evoluzione che va da un dichiarato scetticismo a una intima ricerca spirituale nei suoi ultimi mesi di vita, quando comparvero gradualmente tre crocifissi d'argento sul suo comodino e la sua divenne una ricerca interiore tormentata, espressa nella citazione di Pascal: "Tu non mi cercheresti se non mi avessi già trovato".

«Poco prima della sua ultima estate, Leonardo Sciascia – dice De Vita - si recò dal Vescovo di Agrigento per portargli in dono un calice d’oro, con il quale lo stesso Vescovo avrebbe poi celebrato la messa durante il suo funerale; tuttavia rifiutò di confessarsi o di incontrare un prete mentre era in vita, dichiarando che un sacerdote avrebbe potuto benedirlo solo dopo la morte. Prima di pubblicare il libro ho chiesto alle figlie, alle quali l’ho fatto leggere, se avessero qualcosa da rettificare o contestare in quanto riportato, ma mi dissero che era andato tutto esattamente così. Al momento del decesso, la moglie Maria si oppose a chi voleva mettergli un rosario tra le mani, poiché lo scrittore non era solito recitarlo. Fu, invece, il genero a porre tra le sue dita uno dei tre crocifissi d'argento del comodino, con il quale Sciascia fu infine sepolto».

Nel ricordo di Nino De Vita, Sciascia non è un’icona da celebrare. È un uomo che cammina in silenzio, osserva, ascolta, e non smette mai di dire la verità. ll ricordo più vivo che ci consegna è quello di Sciascia come coscienza inquieta, discreta, necessaria. Una voce da continuare ad ascoltare.
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