La Palermo (Felicissima) di Stefania Blandeburgo: "Una città che chiede spazio"
Al meglio non c’è fine e in qualche modo c’è un risveglio culturale, si aprono degli spazi ma per l'attrice ce ne devono essere altri perché le emergenze sono tante. L'intervista
Stefania Blandeburgo
Guardare al suo futuro significa ascoltare queste correnti, riconoscere ciò che già vibra e ciò che ancora chiede spazio. In questo orizzonte si colloca lo sguardo di Stefania Blandeburgo, uno sguardo che affida alla città un destino luminoso, quasi necessario: «Io immagino sempre Palermo felicissima, così come l’ha scritto qualcuno, perché merita di essere felicissima.
Al meglio non c’è fine e in qualche modo oggi c’è un risveglio culturale, si aprono degli spazi, e spero però che se ne aprano tanti altri, perché di emergenze culturali ce ne sono tante. C’è tanta richiesta di spazi da parte degli operatori culturali e quindi mi piace pensare a una Palermo nel futuro con più spazi culturali aperti».
È una felicità che non nasce dall’illusione, ma dalla consapevolezza, dalla possibilità concreta di abitare i luoghi, di farli diventare presìdi di visione e di incontro. Una crescita che deve farsi struttura, radice, continuità, perché Palermo possiede da sempre una vocazione che la supera e la attraversa: «La città ha sempre avuto dalla sua nascita un grande potenziale e una grande importanza a livello internazionale,- aggiunge la Balndeburgo - basti pensare a dove è messa, al porto, a quello che rappresenta. È un crocevia di culture da sempre e lo può essere ancora di più, anzi lo deve essere ancora di più».
È una città che porta in sé il mondo, che lo ha accolto, subito, trasformato, sedimentato, e che non ha bisogno di inventarsi nuova identità, ma di riconoscere quella che già pulsa sotto la superficie: «Queste culture devono essere tutte valorizzate, prima ancora di importarne delle altre, perché ne abbiamo già tantissime. - continua l’attrice- Ho fatto un conto, almeno tredici sono le dominazioni, e quindi altrettante culture».
Nel presente, questa ricchezza si manifesta come una costellazione irregolare, fatta di luci intense e distanze ancora troppo ampie. Una frammentazione che genera bellezza ma anche silenzi: «È una città molto divisa dal punto di vista culturale e questo crea sicuramente una grande diversità, e come sempre la diversità crea bellezza, però secondo me spesso manca il confronto tra queste realtà culturali». Un confronto che non può essere delegato, ma che richiede un’assunzione di responsabilità collettiva: «In questo non c’entrano niente le istituzioni, sono gli operatori stessi che credo dialoghino tra loro molto raramente».
Eppure, sotto questa superficie frastagliata, esiste già una materia viva, resistente, nata dal basso e nutrita da visioni ostinate: «Funzionano già sicuramente tante realtà culturali nate dal basso, tra virgolette, da validissimi artisti e colleghi». Ciò che ancora manca è una figura capace di accompagnare queste energie, di proteggerle e proiettarle oltre i confini dell’isola: «Forse manca la figura dell’imprenditore culturale.- sostiene la Blandeburgo - C’è qualcuno, come Spazio Franco, che racchiude anche altre realtà, ma resta difficile poi andare fuori dall’isola».
Dunque, il mare che circonda Palermo, allora, diventa insieme apertura e limite, promessa e ostacolo concreto: «Andare fuori dall’isola è difficile perché ci sono costi veramente elevati, e non basta il 25% di sconto sugli aerei. Avremmo bisogno di un aiuto, di un sostegno vero per esportare le nostre realtà culturali».
In questo equilibrio fragile tra radicamento e slancio, l’arte continua a svolgere il suo compito più antico e necessario, quello di svelare, di mettere in luce, di non lasciare che lo sguardo si addormenti: «L’arte e la cultura, dal libro all’installazione, dallo spettacolo alla performance per strada, hanno sempre quantomeno denunciato ciò che non va nella società, già dai greci».
Non è una promessa di salvezza, ma un esercizio costante di coscienza: «È difficile che uno spettacolo possa concretamente cambiare la realtà, ma rappresenta sicuramente uno specchio, e il cambiamento nasce dall’evidenziare ciò che non va». Un gesto che attraversa i secoli e le forme, che si rinnova senza perdere la sua urgenza: «Questo è ciò che fa da sempre la cultura, dal buffone di corte all’ultimo regista di grande avanguardia, e lo fa con la leggerezza, con l’emozione, con il sorriso o con il pianto».
In fondo, come ricorda Blandeburgo, «è sempre stata questa la funzione della cultura e dell’arte: tenere alta la guardia rispetto al pericolo di cambiamenti che possono far regredire umanamente ed eticamente una società». Palermo appare così come una città ancora aperta, incompiuta nel senso più fertile del termine, capace di stupire e di sorprendere, attraversata da una forza culturale che chiede solo di essere messa in relazione, sostenuta e ascoltata, per trasformare le sue potenzialità in futuro condiviso.
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