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La pittrice (illustre) che si finse un uomo: Lia Pasqualino Noto, devota all'arte e a Palermo

La storia di Lia Pasqualino Noto e le difficoltà ad emergere come artista. Figlia del ginecologo dell'omonima clinica, fondò il gruppo dei Quattro con Guttuso

Maria Oliveri
Storica, saggista e operatrice culturale
  • 23 settembre 2022

«Nel 1937 a una donna era quasi impossibile venir presa sul serio: una prevenzione razziale relegava la femmina al ruolo dei "dilettanti". Riuscire a raggiungere una certa considerazione, circoscritta nei limiti della compiacenza maschile, poteva essere relativamente facile agli inizi, ma superare la barriera che ad un certo momento si frapponeva tra la donna e il conseguimento di più alti riconoscimenti era praticamente impossibile». (E. Di Stefano, Lia Pasqualino Noto a Palermo dagli anni '30 a oggi)

La pittrice Lia Noto così ricordava un episodio della sua gioventù: poiché aveva riscosso il favore di alcuni critici che equivocando sul nome "Pasqualino Noto" l’avevano scambiata per un uomo, aveva giocato a nascondere la propria identità lasciando credere che l’autore dei dipinti fosse suo marito.

"Le loro critiche erano più favorevoli di quelle dei critici che mi sapevano donna…Dapprima tutto procedeva in modo vantaggioso, la cosa mi sembrò facile e divertente…era però molto faticoso…l’operazione dimostrava il valore della pittura di una donna, solo a patto di nascondere la mia vera identità". Lia decise infine di rivelare la sua identità, firmando i dipinti col nome completo.
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Lia Pasqualino Noto, donna forte e determinata, fu una delle artiste più interessanti del panorama artistico palermitano del Novecento. Nacque a Palermo nel 1909, unica e amatissima figlia di Attilia Tellera e del dottore Antonino Noto, ginecologo fondatore nel 1927 dell'omonima clinica privata in via Dante.

Da bambina compì in casa i suoi studi, con insegnanti privati, manifestando una vera e profonda passione per la pittura: "Riempivo con i miei scarabocchi perfino il ricettario di mio padre" ricorderà la stessa Lia. L’amore per l’arte di Lia venne sempre assecondata dai genitori e a soli 11 anni le fu permesso di diventare allieva del pittore bagherese Onofrio Tomaselli.

Crescendo la pittrice iniziò a provare interesse per la pittura moderna anche se la ritrattistica rimarrà sempre uno dei generi preferiti. Nel 1928 cominciò a frequentare lo studio del pittore futurista e insegnante dell’Accademia di belle arti di Palermo Pippo Rizzo, dove conobbe Renato Guttuso.

Dal professore Rizzo ebbe i primi riconoscimenti e incoraggiamenti e nel 1929 espose per la prima volta le sue opere, riscuotendo un buon successo di critica. Nel 1930 convolò a nozze con Guglielmo Pasqualino, che aveva conosciuto 4 anni prima.

Lo sposo era figlio del marchese Salvatore Pasqualino di Marineo e promettente chirurgo, appassionato d’arte. L’anno successivo nacque il primogenito Antonio e quattro anni dopo la figlia Beatrice. Antonio Pasqualino, sarà il fondatore dell’omonimo Museo Internazionale delle Marionette di Palermo.

Nel 1935 il dottor Guglielmo Pasqualino veniva nominato Direttore sanitario della clinica privata del suocero, che prendeva il nome di Clinica Noto Pasqualino. Lia e la sua famiglia abitavano in via Dante 310, all’ultimo piano, sopra la clinica. Quella casa, frequentata dalle più interessanti personalità del panorama artistico italiano, diventò presto un salotto di grande fervore culturale.

La pittrice aveva deciso di non abbandonare Palermo e di restare vicina al marito e ai figli: "Noi viaggiamo molto, ma non emigreremo poiché crediamo oggi di avere il diritto di lavorare nella nostra casa senza essere dimenticati".

Lia Pasqualino Noto aveva esposto per la prima volta nel 1929 alla II Mostra Sindacale Siciliana e da quel momento fu costantemente presente alle principali manifestazioni siciliane e nazionali.

All’inizio degli anni Trenta si era formato a Palermo il "Gruppo dei Quattro", composto da Lia Noto Pasqualino, da Renato Guttuso, dagli scultori Giovanni Barbera e Nino Franchina.

I "Quattro" si erano imposti all’attenzione nazionale proponendo un linguaggio nuovo da opporre all’arte classicheggiante del regime. Il sodalizio artistico prese parte a numerose mostre e quando gli artisti vennero esclusi dalla Biennale di Venezia, sottoscrissero una lettera di protesta contro Antonio Maraini, scultore e curatore dell’esposizione dal 1928 al 1942.

La storica mostra dei Quattro si svolse invece presso la Galleria Il Milione di Milano, nel 1934 e per Lia fu l’occasione per entrare in contatto con numerosi artisti. Dopo lo scioglimento del gruppo, a causa del trasferimento di Guttuso e Franchina lontano dalla Sicilia e alla prematura scomparsa di Giovanni Barbera, Lia si dedicò all’attività di gallerista, dirigendo a Palermo la Galleria Mediterranea a Palazzo De Seta che tre anni dopo, a seguito della chiusura del palazzo, si trasferì nella libreria dell’editore Salvatore Fausto Flaccovio.

Forte del successo di questa iniziativa culturale Lia riuscì a fare acquistare alla Galleria Civica d’Arte Moderna (che nel 1932 aveva acquistato un suo dipinto, l’infermiera) opere di Cagli, Guttuso, Pirandello, Sironi e Casorati. che oggi grazie al suo intuito possiamo ammirare alla GAM.

Nel 1940, con l’inizio della guerra la pittrice si divise tra la casa di Palermo e la casa di campagna. Negli anni bui delle persecuzioni razziali, nella clinica Noto Pasqualino trovarono rifugio e protezione persone come il professore Maurizio Ascoli, docente espulso dall’Università perché ebreo, e la dottoressa Anna Maria Adler Lupo.

Ascoli, ebreo triestino titolare a Palermo dal 1929 della cattedra di Clinica medica, fu costretto a lasciare l’insegnamento e ogni altra attività professionale a causa delle leggi razziali, ma continuò a esercitare in segreto la professione di medico nella casa di cura Noto Pasqualino.

La dottoressa tedesca Ruth Adler, dopo aver incontrato a Bonn l’istitutrice del dottore Pasqualino ed essere venuta a conoscenza del fatto che il dottore cercava una infermiera, si trasferì nell’isola. Giunta a Palermo iniziò a lavorare nella clinica e dopo aver sposato il gioielliere palermitano Cesare Lupo cambio’ il suo nome in Anna Maria Lupo.

La clinica ospitò anche l’anarchico Paolo Schicchi, condannato al confino per 10 anni. Era molto anziano e il dottore Pasqualino, impietositosi per il suo stato di salute, dopo averlo sottoposto a un intervento chirurgico, permise a Schicchi di rimanere nella clinica fino alla fine dei suoi giorni.

Dopo la fine della guerra, nel 1945 Lia si concentrò sulla decorazione parietale della piccola cappella che si trova nel seminterrato della clinica Noto, dove negli anni Trenta aveva già realizzato un affresco della Madonna della Speranza. L'artista dipinse per gli ammalati la via Crucis, resa maggiormente attuale con segni e immagini contemporanee. Racconta la figlia Beatrice che un giorno l’amico Guttuso fece visita a sua madre e, trovandola intenta a dipingere, si offrì di darle una mano e realizzò la Veronica, che Lia aveva solo abbozzato, e che ancora oggi si può ammirare.

Dopo la guerra iniziò però anche il lungo periodo del silenzio di Lia che coincise con la messa al bando della pittura figurativa da parte delle nuove correnti artistiche. La pittrice non partecipò più alle mostre, i giornali la ignoravano: venne quasi dimenticata, ma da donna coraggiosa non si arrese.

La pittura non era un mestiere ma una ragione di vita. Si dedicò a dipingere, tra il 1947 e il 1953, il ciclo pittorico della battaglia dei paladini: pupi siciliani che insieme alle marionette diventeranno poi la grande passione del figlio Antonio.

Nel 1968 nacque la serie drappi "volo bellissimo di panni o di cenci ammucchiati, che volano però nel colore e nel lievito della pennellata" (Calvesi, 1984).

Dopo un lungo silenzio, durato quasi un ventennio, fino al 1969, tornò all’attenzione della critica nazionale da protagonista. Una mostra delle sue opere dal 1931 al 1968 venne allestita presso la Galleria d’Arte al Borgo di Palermo, iniziativa fortemente caldeggiata dal figlio Antonio, dal suo amico il professore Antonino Buttitta e dal critico d’arte Nello Ponente.

Fece seguito alla mostra palermitana quella del 1970, alla Galleria 32 di Milano. In questo periodo Lia ebbe modo di riannodare i legami della sua antica amicizia con Renato Guttuso e la moglie Mimise. Ebbe inizio un periodo felice della vita (anche artistica) della pittrice, che si concluderà bruscamente nel 1987, annus horribilis in cui moriranno l’amato marito Guglielmo, gli amici Renato e Mimise Guttuso.

Lia continuerà a dipingere per sè stessa, fissando i ricordi più belli nelle sue ultime opere, trasformando la pittura in un autentico atto d’amore.

Realizzerà 3 grandi tele: La frittata di mezzanotte (che Guttuso amava preparare per gli amici); Natale a Borragine (la casa di campagna nelle Madonie), La passeggiata. Si spegnerà a Palermo il 25 Febbraio del 1998 e le sue spoglie oggi riposano nel cimitero dei Cappuccini.

Il suo appartamento in Via Dante 310 è stato trasformato in casa museo o casa atelier ed è spesso aperta alle visite o accoglie eventi culturali. A Lia Pasqualino Noto è stata dedicata una via, nella città di Palermo.
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