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La storia dei Florio prima del mito: Stefania Auci ci racconta "L'alba dei leoni"

Il romanzo partendo dalle origini parla al presente. Auci invita a rileggere la storia con occhi nuovi, a riconoscere il valore della memoria e a interrogarsi sul futuro. L'intervista

Vincenza Cammareri
Laureanda in Giurisprudenza
  • 16 gennaio 2026

La scrittrice Stefania Auci

Ogni grande storia nasce molto prima del successo, in un tempo fatto di necessità e scelte obbligate."L’alba dei leoni", il nuovo e ultimo romanzo di Stefania Auci, riavvolge il nastro della saga dei Florio per raccontarne le origini calabresi, soffermandosi su un periodo poco esplorato della storia della famiglia.

La scrittrice sceglie Trapani come prima tappa del suo tour di presentazione: il 14 gennaio nella Sala Grande del Complesso Monumentale di San Domenico, nel cuore della città. L’appuntamento, presentato dal giornalista Giacomo Pilati e accompagnato dalle letture intense di Ester Pantano, ha registrato una partecipazione calorosa del pubblico trapanese, confermando il legame profondo tra l’autrice e la sua città natale.

A quasi cinque anni dall’uscita de "L’inverno dei leoni", Stefania Auci torna a raccontare la saga dei Florio scegliendo di riavvolgere il filo della narrazione e soffermandosi sulle origini della famiglia. Il romanzo si apre a Bagnara Calabra nel 1772, in un contesto segnato da povertà, instabilità e tragedie naturali, da cui prende avvio l’epopea di una famiglia destinata a lasciare un segno profondo nella storia della Sicilia.

«Raccontare i Florio prima del mito significava restituire ai lettori un tassello mancante: mostrare la cifra di una famiglia assolutamente normale per i canoni del Settecento, nella dimensione lavorativa, fatta di affetti e quotidianità», spiega l’autrice. È proprio da questa dimensione ordinaria, attraversata da fatiche, lutti e speranze, che emerge uno "straordinario quotidiano", capace di trasformarsi in epopea.

L’idea di raccontare le origini della famiglia affonda le radici in un episodio legato all’adattamento televisivo della saga. «Durante le riprese a Favignana era stata realizzata una ricostruzione particolarmente fedele del porto di Bagnara Calabra: da quell’immagine è scaturita la volontà di raccontare cosa abbia significato, per una famiglia di “sventurati”, la scelta di lasciare una terra devastata dal terremoto e segnata dalla morte, per inseguire una possibilità di riscatto».

La scrittura del romanzo non è stata priva di difficoltà. «Reperire materiale storiografico sulla Calabria del Settecento è stato complesso: è un periodo fatto di silenzi, di vuoti, in cui trovare fonti a supporto del racconto è stato difficile», racconta Auci. Il vuoto di fonti ha reso il lavoro più arduo ma, allo stesso tempo, ha aperto spazi di libertà narrativa, consentendo all’immaginazione di dialogare con la storia.

Il racconto della famiglia Florio, lungo l’intera saga, mette in luce il ruolo determinante che coraggio, lungimiranza, voglia di rivalsa e capacità di adattamento hanno avuto nella loro ascesa. Ma lo sguardo dell’autrice non si ferma al passato. «Questi valori sono alla base di qualsiasi futuro: avere il coraggio di sperimentare, di mettersi alla prova, di cercare nuove soluzioni. Forse proprio l’Italia di oggi ha bisogno di questo tipo di slancio», osserva.

«Pur essendo una delle grandi potenze economiche, il Paese sta vivendo una stagnazione sociale prima ancora che economica. Sembra invecchiare e guardarsi invecchiare senza rinnovarsi. Oggi molti giovani compiono il percorso inverso rispetto a Paolo e Ignazio Florio, lasciando la Sicilia per cercare altrove un futuro. In entrambi i casi, le terre di origine non sono povere di risorse, ma di soddisfazioni. Talvolta, per poter fiorire, è necessario sradicare le proprie radici per piantare altrove il proprio seme e trovare una dimensione umana possibile».

Un ruolo centrale nella narrazione è affidato anche questa volta alle figure femminili, presenze spesso decisive ma defilate. Le donne dei Florio esercitano la loro influenza soprattutto all’interno della famiglia, incidendo sulle scelte e sugli equilibri di potere. «Nella dimensione pubblica le uniche due donne capaci di ridisegnare l’organigramma del potere sono Franca Florio e Giulia Lanza di Trabia, ma diverso è il potere esercitato nella dimensione familiare. Questo ho voluto esplorare ne "L’alba dei leoni": raccontare come, in un contesto decisamente patriarcale, le donne riuscissero a scavare margini di libertà e di assertività», sottolinea l’autrice. Comprendere questo aspetto è fondamentale per cogliere l’intreccio tra dimensione privata e pubblica dell’ascesa familiare.

La dimensione privata dei Florio si intreccia profondamente con quella dei luoghi: Palermo, ma anche Marsala e Favignana. «Molti spazi della città oggi risultano snaturati, rendendo difficile immaginare cosa abbiano rappresentato e cosa significasse vivere quella fioritura di intelligenze, capacità lavorative e relazioni umane». Palermo, nel romanzo, non è mai un semplice sfondo. I luoghi diventano protagonisti: strade, palazzi, spazi simbolici come la cappella dei Florio a Santa Maria del Gesù, oggi in stato di abbandono. «La memoria passa anche dai luoghi, e vedere spazi così carichi di significato dimenticati è davvero triste», osserva Auci.

Raccontarli significa restituire consapevolezza, invitare a guardare la città con uno sguardo più critico. Spesso si attraversano le strade senza rendersi conto di quanta storia le abbia percorse. E guardare con spirito critico il primo Novecento significa anche riconoscere che dietro il grande sfarzo e la ricchezza si celavano enormi difficoltà economiche. La Palermo raccontata non è idealizzata: accanto alle tradizioni e alle potenzialità emergono le fragilità e i flussi migratori verso l’America e il Nord Italia. Il risultato è un affresco realistico, fatto di ambizione, ingegno e occasioni mancate.

La Sicilia resta una terra di grandi tradizioni, ma anche di molte opportunità perdute. La storia dei Florio può offrire una lezione alle nuove generazioni sul rapporto tra impresa e valorizzazione del territorio. Impresa e territorio devono dialogare, un dialogo che oggi sembra sopravvivere solo in alcuni ambiti. È una dinamica che caratterizza anche l’esperienza calabrese dei Florio: una Calabria che, dopo il terremoto, ha subito un arretramento profondo. La Sicilia stessa ha vissuto diversi “sbalzi indietro” e continua a faticare nel riallinearsi.
L’eredità lasciata dalla famiglia è prima di tutto un’eredità di pensiero e di consapevolezza, anche se non tutti sono pienamente coscienti del valore che i Florio hanno avuto. E non è compito di un romanzo misurare l’impatto di una potenza industriale e commerciale su un secolo di storia.

Un personaggio emblematico delle contraddizioni siciliane è Ignazio Florio, marito di Franca: dotato di grande spirito di affabulazione, ma incapace di leggere i tempi, incarnazione di una nobiltà fragile, quasi "di cartapesta". Per Stefania Auci, la storia dei Florio non appartiene solo al passato. «Comprendere fino in fondo l’impatto di una potenza industriale e commerciale su un secolo di storia richiederebbe una seria indagine storiografica», afferma. Tuttavia, l’eredità della famiglia – la capacità di leggere il proprio tempo e reinventarsi – resta una lezione ancora attuale.

Attraverso "L’alba dei leoni", Auci invita a rileggere la storia con occhi nuovi, a riconoscere il valore della memoria e dei luoghi, e a interrogarsi sul futuro della propria terra. Un romanzo che, partendo dalle origini, parla con forza al presente.
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