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"La Vucciria" di Renato Guttuso torna a casa: l'allestimento allo Steri per l'opera simbolo di Palermo

Rappresenta l'anima contrastata della città e fu lo stesso pittore bagherese a decidere che venisse custodita allo Steri. Dopo la trasferta a Roma l'opera è di nuovo a Palermo

Rosa Guttilla
Giornalista
  • 7 giugno 2021

"La Vucciria" di Renato Guttuso

Lo definì un “allevamento urbano” che si dipana tra vicoli, viuzze e crocicchi, un brulichio di gente che scivola tra le tante botteghe spinto dal frastuono e dal vociare sottostante.

Renato Guttuso usò queste parole - sapendo che sarebbero state comunque insufficienti a rendere la più profonda essenza del mercato della Vucciria di Palermo - per descrivere la sua opera “La Vucciria”, appunto, alla prima esposizione del 1975.

Capire bene come il pittore vedesse, è il caso di dire, e intendesse la sua opera è fondamentale per cogliere, fino in fondo, la potenza evocativa e simbolica della stessa, divenuta indiscutibilmente simbolo di una Palermo che tutti portiamo nel cuore.

Per lui la realizzazione della tela fu un segno di gratitudine, a livello delle sue forze, per rendere il grande debito verso la sua Palermo.

Oggi che le “balate della Vucciria” più che essere asciutte si sono rese aride e che il futuro del mercato è segnato verso uno lento e inesorabile triste declino la grande opera del pittore bagherese è ritornata a casa ed è custodita, in un nuovo allestimento preparato ad hoc, all’interno di Palazzo Chiaramonte, a piazza Marina, sede del Rettorato dell'Università.



Guttuso dipinse La Vucciria tra il primo ottobre e il 6 novembre 1974, rifacendosi per i dettagli, sulle foto scattate nel Natale del 1973, per realizzare il primo disegno d'insieme il 20 luglio 1974.

Molti prima di allora, però, lo videro sempre scarabocchiare tra un pasto e l'altro, dalla terrazza della celeberrima trattoria Shangai, dalla quale, con una vista privilegiata, osservava senza tregua lo scorcio che poi affidò alla tela.

All’epoca Guttuso aveva 63 anni, viveva a Velate e aveva bisogno di tener viva la memoria di quel ben di Dio esposto al mercato. Gran parte della merce, però, non poteva essere reperita nei mercati lombardi: veniva così incaricato il fido custode Isidoro per caricare la “robba” sul primo aereo per Milano e da Malpensa, poi fatta giungere subito in studio.

La fotografia su tela, che rimarà unica traccia immortale del mercato, è quadrata e misura 3metri x 3metri, con una visuale che si sviluppa in verticale e alterna l’attenzione dei diversi punti focali ora sui personaggi, ora sulla merce ordinatissima, ora su particolari messi in evidenza.

Nella parte alta predominano i rossi e gli arancioni della carne, degli insaccati e della frutta esposta all’interno delle cassette.

Nella parte centrale e in quella inferiore, i colori divengono più chiari; a sinistra dominano bianchi, grigi e azzurri del pesce pescato, a destra il verde chiaro e il giallo degli ortaggi, mentre il bianco delle uova richiama l’abito della donna.

La Vucciria fu esposta per la prima volta alla Galleria La Tavolozza, e subito dopo scattò una guerra tra istituzioni per il suo acquisto, con lettere infuocate tra il Comune e la Regione.

Ma fu lo stesso Renato Guttuso a decidere che sarebbe andata all'Università ed esposta allo Steri.

Quando Cesare Brandi scrisse che si trattava di un "quadro nero", attirò l’attenzione dello stesso Guttuso, a cui la definizione piacque parecchio e disse: «La frase di Brandi fu per me una rivelazione. Solo allora capii quel che c’era dentro di me di esperienza oscura, di memoria amara in uno spettacolo pur tanto festoso. Ho capito che in quel quadro non si sentiva il vocìo, le grida dei venditori».

Da questa nota di Brandi si sviluppa anche un testo di Andrea Camilleri da cui, in seguito, sarebbe nata nel 2015, la spettacolarizzazione della tela, firmata da Roberto Andò sulle musiche di Marco Betta, andata in scena al Teatro Massimo. Nel tempo, infatti, l'opera di Guttuso, che è molto di più, di una grande prova di artista, ha custodito e nutrito il rapporto con la città e i suoi “figli”.

Per il suo ritorno da Roma (l'opera era stata in trasferta nella Sala della Lupa a Montecitorio) l'Università di Palermo le ha costruito un involucro nuovo di zecca, immersivo, struggente, cuore del nuovo percorso di visita che riapre lo Steri dopo i duri mesi della pandemia.

L'allestimento è stato curato da Marco Carapezza, Paolo Inglese e Maria Concetta Di Natale e realizzato dall’architetto Maria Carla Lenzo; è completato da alcuni pannelli con biografia, note critiche, scritti di colleghi e intellettuali, uno schizzo pubblicato dal Villabianca dell’antica Bocceria.

Nei monitor scorrono contributi video attinti dalle Teche Rai, dal "Diario di Guttuso" realizzato da Giuseppe Tornatore nel 1982 e dal documentario del 1975 “Come nasce un’opera d’arte. Renato Guttuso”, oltre ad una postazione dove è possibile ascoltare la voce del grande pittore bagherese.

«Questo è stato un momento molto atteso – ha dichiarato il Rettore dell’Università degli Studi di Palermo, Fabrizio Micari - Lo Steri, che in ogni sua pietra custodisce un pezzo della storia di Palermo, e la Vucciria di Guttuso, un’icona rappresentativa della nostra città con i suoi colori e le sue luci ma anche con le sue ombre, tornano visitabili in una veste che ancora maggiormente esalta la realtà di un contesto storico e di un’opera semplicemente straordinari.

Per il nostro Ateneo è sicuramente motivo di orgoglio e di forte impegno valorizzare, custodire fare conoscere questi tesori, simboli della Sicilia nel mondo e simboli del valore della cultura come imprescindibile elemento di ripartenza del nostro territorio».

La presenza della tela allo Steri viene vissuta come l'arrivo del protagonista che apre la dimensione più museale dell'intero complesso che ospita anche la Sala dei Baroni, la collezione Chiaromonte proveniente dal Salinas (esposta presto nella Sala Terrana), il percorso di Scarpa e il carcere dei Penitenziati, arricchito di una specifica applicazione che guiderà i visitatori.

«La Vucciria di Guttuso è un pezzo unico nella storia della pittura, perché non solo come capolavoro del Novecento, internazionalmente noto, ma per il particolare rapporto che ha instaurato con la città – ha precisato Marco Carapezza, vicepresidente degli Archivi Guttuso - Molti quadri rappresentano efficacemente una città, basti pensare alle opere di Canaletto o Guardi per Venezia, a Piranesi o Panini per Roma.

Qui da noi - ha continuato Carapezza - questa musealizzaizone de La Vucciria è importante perchè è dedicata ad un singolo quadro e tale è il tributo per ciò che descrive l’anima della città. In caso di ciascuno di noi e nelle botteghe si vede sempre una rappresentazione dell’opera ed è sentita come propria. Difficile spiegare il mistero di questo legame, forse per la capacità de La Vucciria di descrivere il sentimento che i palermitani hanno verso la loro città, affascinati dalla sua bellezza ed opulenza, ne vivono però il dramma. E la Vucciria è un quadro di vita e di morte».
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