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Le due Palermo degli anni '60: quella ricca non "si arrischiava" a frequentare quella povera

Due realtà estremamente opposte. Due città che si troveranno e confronteranno, "obbligandosi a guardarsi reciprocamente negli occhi, e in alcuni casi a collaborare"

Susanna La Valle
Insegnante e scrittrice
  • 5 marzo 2021

Foto di Franco Scafidi (dalla mostra I due volti di Palermo, gli anni '60 e '70)

È guardando un programma su Rai Storia del 1964 della regista Liliana Cavani: "la Casa degli italiani" che ho ricordato del primo periodo vissuto a Palermo, lo scorrere delle immagini mi ha riportato a una città che "si vergognava di quella povera" fino al punto di ignorarla.

Il documentario era incentrato sui tipi di abitazione sul territorio nazionale, evidenziandone differenze e sofferenze. La prima città analizzata è Torino, capitale dell'immigrazione, i nuovi arrivati vivono in case logore e spente le uniche accessibili dal punto di vista economico su cui s'innesteranno forti disagi sociali.

Dal nord industrializzato, il documentario "scende" a Roma, con i suoi quartieri del Trullo e del Quadraro, le abitazioni sono baracche, oggetto di continua compravendita tra gli d'immigrati della Calabria e della Sardegna, sono le borgate di pasoliniana memoria. Da qui le riprese si spostano al sud con i "bassi napoletani" e i Catoj di Palermo.



Tra le due realtà si percepisce una profonda differenza tra una condizione abitativa e di tessuto sociale, irrinunciabile per una comunità come quella napoletana, e quella Palermitana rappresentazione di esclusione e confinamento. Gli anni 60 sono tempi di grandi cambiamenti a Palermo, confluiscono nuovi abitanti, che saranno l’origine del profondo scollamento sociale della città.

Ma collochiamo e definiamo storicamente la scissione della città: i 4 quartieri antichi con i suoi Catoj, (sotterranei e grotte), erano nel '900, le abitazioni della parte più povera della popolazione nei mandamenti. Nel Censimento del 1901, furono individuate ben 426 famiglie, in queste abitazioni, esclusi dall’edilizia popolare, e dalle prime speculazioni edilizie fuori dal piano Regalmici -Giarruso.

Sarà tra il 1950 e 1957, con Il primo grande intervento dello IACP nel quartiere Malaspina-Notarbartolo che se vedrà realizzare lo scollamento del tessuto cittadino.

Uno dei protagonisti del cambiamento fu Nicolò Di Trapani, membro di una “famiglia” della Piana dei Colli che ottenne 3 richieste di varianti del PRG nel 1960, riguardanti l’aumento della densità edilizia di tutta la borgata. Approvate le prime due varianti Di Trapani rivendette i suoi terreni rivalutati. A questa prima operazione si aggiunsero ben cinque "costruttori" che si spartiranno, come risulta dalla relazione del Prefetto Bevivino, l'80% delle 4205 licenze emesse tra il 1959 e 1963", tra questi imprenditori, uno era un muratore e l’altro un venditore di merci e carbone di diritto inseriti nell’albo dei costruttori nel 1959.

Sebbene rimanesse un mistero anche al Prefetto, a quali grandi attrezzature e capacità economiche attinsero, sicuramente le loro operazioni furono percepite come un riscatto abitativo e sociale di una parte di Palermo.

Se all’inizio queste nuove costruzioni risposero alla necessità di trovare abitazioni agli sfollati, in seguito furono destinate all’aumento della popolazione dovuta all’immigrazione di lavoratori edili e navali. Questi dovettero acquistare le abitazioni in edilizia convenzionata situata a sud est della città.

"Settantamila persone" che costituiranno il nucleo di quella popolazione dei nuovi quartieri, abitatori di una terza città "dopo la prima e la seconda nata nell’Ottocento", i primi ad approfittare dei mutui regionali per l’acquisto dell’abitazione, e che s’impossesseranno anche della Palermo ottocentesca.

Nel 1959 l'Espresso dedica un reportage al sud, soffermandosi sul capoluogo siciliano, titolandolo "le quattro casbah di Palermo". Si legge che la felice cittadella di via Ruggero Settimo non "si arrischiava" a frequentare quella povera, limitandosi ad attraversarla per raggiungere i mercati storci.

I palazzi in cortina di via Roma all’imbocco dei vicoli di via Maqueda, Corso Vittorio Emanuele, via Lincoln, Tukory e Cavour furono "l'impalpabile barriera che nascondeva gli inurbati" con i loro Catoj. M. Farinella, in "L’Ora della domenica" del gennaio 1960, parla di due città che vivono indipendentemente l'una dall’altra "una straniera all’altra, due città incastrate che non s'incontrano e non si sfiorano mai".

La prima con velleità borghese, la seconda dei mandamenti con baraccopoli e case sventrate, raccontata in maniera folklorica da fotografi e giornalisti: "Una volta mia nipote curcata docui la fotografaru e stu ritrattu sul giornale giunse a Roma e a Napoli. Appizzatosi in pubblico". La "Città nuova" vive lontano da questa realtà ignorando persino il dialetto della Kalsa "l'ausitano", percepito come una lingua straniera.

È una Palermo che prova disagio per questa realtà che vorrebbe rasa al suolo e affogata nel cemento, attribuendo alle piastrelle e all’ascensore lo status di Modernità: "Dove c'era un albero, ovunque c'era una villa, se si poteva tagliare, erano felici".

Questa è quello che firma Liliana Cavani nel 1964, e che le causerà non pochi problemi. La regista durante l’intervista ricorderà come si sentisse ovunque controllata dalle forze dell’ordine. Racconterà di un'intervista con uno dei noti costruttori, dove alla domanda perché non si potesse migliorare la situazione della città antica, ebbe come risposta, "qui non si trattava di dare una casa a chi ne ha bisogno ma di realizzare progetti importanti, frutto di un accordo tra curia romana e personaggi di spicco della politica", lasciando intendere come tutto fosse in fondo "benedetto" dai nuovi cittadini di Palermo, che proiettavano sui governanti istanze e fastidi.

Questa situazione avrà però una svolta, le due città si troveranno e confronteranno, "obbligandosi a guardarsi reciprocamente negli occhi, e in alcuni casi a collaborare": è il 15 gennaio 1968, e un terremoto scuoterà la Sicilia Occidentale, ma questa è un’altra storia…
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