Le nuove sfide delle donne del vino in Sicilia: Costanza Chirivino guida la Doc Monreale
Il suo percorso affonda le radici proprio nella terra: cresciuta nella campagna di Sallier de La Tour, si è avvicinata al mondo vitivinicolo, un amore che dura da 15 anni
Costanza Chirivino, presidente del Consorzio vini Doc Monreale
C’è un momento, tra le vigne, in cui il tempo sembra sospendersi. Il vento attraversa i filari, il canto degli uccelli si intreccia al silenzio della campagna, e la terra restituisce il suo dono più antico: l’uva. In Sicilia, il vino non è mai solo produzione, ma relazione profonda con la natura, memoria condivisa, gesto che si rinnova di generazione in generazione.
È dentro questa dimensione che cresce l'impegno di Costanza Chirivino, prima donna Presidente della DOC Monreale. Il suo percorso affonda le radici proprio nella terra: cresciuta nella campagna di Sallier de La Tour, si è avvicinata al mondo vitivinicolo dopo un iniziale percorso negli studi di comunicazione, fino a trasformare quell’origine in una professione lunga quindici anni. Un cammino maturato all’interno di una realtà collettiva, che oggi si traduce nella responsabilità di guidare un consorzio in una fase cruciale, tra continuità e nuove visioni.
Alla base di questo momento c’è una domanda centrale: come si costruisce oggi l’identità di un vino? «La nuova definizione delle tipologie, Monreale rosso, bianco e syrah, derivano da un cambio di disciplinare che è stato fatto negli ultimi anni. Un lavoro che abbiamo iniziato praticamente prima del Covid e che poi ha avuto delle lungaggini burocratiche ed è stato finalizzato ufficialmente nel 2024. Quindi, queste sono tipologie delle quali parliamo soltanto da due anni ufficialmente, proprio per questo hanno necessità di essere sempre più identificabili a livello di palato e di mercato».
Un’identità ancora giovane, quindi, ma già fortemente orientata verso una direzione precisa: il legame con il territorio. «Noi abbiamo scelto di nominare i vini legandoli al territorio. Quindi sicuramente l’elemento del territorio diventa un aspetto dirimente per poter dare riconoscibilità e identità a questi progetti, che però si basano su delle varietà». Ed è proprio nella selezione varietale che si costruisce un primo linguaggio riconoscibile. «Abbiamo fatto una scrematura varietale rispetto a quella che era l’impostazione iniziale del consorzio e oggi le varietà sulle quali puntiamo sono Catarratto per il Monreale Bianco, Perricone per il Monreale Rosso e Syrah per il Monreale Syrah. Quindi, sicuramente in una prima fase ci sarà bisogno di fare leva anche su questo aspetto varietale e poi successivamente ci si concentrerà sempre di più sul profilo proprio delle tipologie, quindi collegando al territorio».
Ma il vino, oggi, non si limita più al calice. Si racconta attraverso esperienze, percorsi, incontri. E in questo scenario si inserisce la rinascita della Strada del Vino e dei Sapori del Monrealese. «La strada si chiama non a caso Strada del Vino e dei Sapori del Monrealese. Quindi ci sono due elementi molto importanti che noi abbiamo introdotto. Tra l’altro la Strada l’abbiamo presentata il 25 marzo 2026 e la nuova presidente è Enrica Spadafora, alla quale facciamo ovviamente le nostre congratulazioni. Noi abbiamo voluto sottolineare il fatto che non si parli solo di vino, quindi del vino e dei sapori, e che anche tutto il mondo dell’agroalimentare sia coinvolto in questo progetto della strada, e poi del monrealese perche si va oltre il territorio specifico di Monreale».
Un progetto che si allarga e si radica nel territorio, abbracciando comunità e paesaggi. «La strada coinvolge di fatto riflette tutta quell’area interessata dal confine del consorzio che include otto comuni, quindi oltre Monreale, anche Piana degli Albanesi, Santa Cristina Gela, San Cipirello, San Giuseppe Jato, Camporeale, Corleone e Roccamena». E che ridefinisce profondamente l’esperienza del visitatore. «Già oggi quella del turista è un’esperienza molto più completa e più complessa, che va oltre il mero atto della degustazione e che comprende tanti aspetti. Basti pensare ai prodotti tipici che accompagnano le degustazioni o alle attività che spesso le accompagnano, il trekking, la bici, lo yoga, i percorsi culturali. Questo ciò che avviene al visitatore di oggi».
Il futuro, in questo senso, è già tracciato. «Il visitatore di domani, grazie al supporto della strada del vino, sicuramente si troverà ad avere una rete più funzionale a supporto di questo tipo di esperienze, quindi che sarà in grado di offrire dei servizi complementari in maniera più strutturata». Un sistema che guarda anche alla città, in particolare a Palermo, come naturale estensione e cassa di risonanza. «Facendo riferimento alla Strada del Vino, ci troviamo in un territorio esattamente limitrofo la città di Palermo, quindi in grado di intercettare sia il palermitano, per portarlo a conoscenza di quello che è la zona più strettamente rurale, limitrofa alla città, ma soprattutto il turista che vorremmo non si ritrovasse a sostare soltanto nelle mete turistiche più canoniche ma potesse anche estendere la propria presenza a zone che invece vale la pena valorizzare». Il percorso personale di Costanza Chirivino si intreccia così con quello collettivo del consorzio, in una continuità che diventa valore.
«C’è un gruppo per fortuna di produttori molto coeso che ha traghettato il lavoro del consorzio in questi anni, in cui Mario Di Lorenzo è stato Presidente del Consorzio per cui il fatto di aver individuato in me la prosecuzione di questo lavoro al tempo stesso costituisce un elemento di continuità con il lavoro che è stato portato avanti sin ora. Chiaro è che poi ciascuno di noi ha una propria impronta nel modo in cui desidera affrontare e fare il proprio lavoro». Ma ogni guida porta con sé uno sguardo e il suo è chiaramente orientato. «Questo aspetto di enoturismo è sicuramente una delle chiavi che io ritengo più strategiche in assoluto per la promozione dei nostri vini insieme a questo strategico rapporto con la città di Palermo che diventa il megafono della nostra attività, in grado di raccontare cosa sono le nostre produzioni».
Una visione che si fonda sul coinvolgimento e sulla rete. «Ci siamo dati come obiettivo prioritario proprio quello di coinvolgere la città, le istituzioni, gli ambasciatori del nostro settore, quindi il ristoratore, le enoteche, i wine bar, i locali che a vario titolo si trovano poi a proporre e promuovere i nostri vini». In questo scenario, la presenza femminile assume un valore sempre più evidente, non come eccezione ma come trasformazione culturale. «Questo è già un segno dei tempi che sono cambiati. Guardandomi intorno non ultima la presenza di Cristina Mercuri che è appena diventata la prima donna Master Wine in Italia. Ci sono sempre più donne nel nostro mondo del vino e sempre più donne che riescono in maniera più o meno organizzata, perché ci sono ambiti come le Donne del Vino che hanno contribuito probabilmente a consolidare questa cultura all’interno del nostro settore».
E la presidente aggiunge «Ci sono anche tante donne che sono state in grado di costruire attorno a sé un immaginario nuovo e moderno del vino. In questo, secondo me, la Sicilia sta facendo bene in maniera interessante». Una sensibilità che si traduce anche in metodo. «Spesso le donne manifestano una particolare attenzione nel tenere insieme una rete. C’è un concetto di collettivo che trovo molto vicino alla pratica femminile e che sicuramente, all’interno di un contesto come un consorzio, diventa fondamentale perché è proprio dal lavoro condiviso di tutte le aziende che ne fanno parte che poi può nascere qualcosa di proficuo».
Guardare avanti significa anche riconoscere le sfide ancora aperte. Allora guardando al futuro della DOC Monreale quali saranno nuovi progetti o sperimentazioni produttive immagina per rendere i vini del territorio ancora più competitivi, senza perdere autenticità? «Noi siamo ancora in una fase in cui bisogna conoscere, soprattutto a livello mondiale, quelle che sono le varietà del nostro territorio. Non dimentichiamoci che la Sicilia è cresciuta tanto dal punto di vista vitivinicolo, in termini di notorietà negli ultimi anni, ma ha ancora tanta strada da fare».
Nel frattempo, la sperimentazione continua, tra tradizione e innovazione. «Da questo punto di vista ogni cantina lavora in maniera autonoma. Mi viene da pensare al Catarratto e in particolare sulla sua longevità. E poi ci sono il Syrah e il rosato. Così come il Perricone, che è una varietà spesso definita ancestrale siciliana e che riveste sempre maggiore interesse a livello di mercato». E il futuro si costruisce su fondamenta precise. «Quindi penso che la DOC Monreale possa diventare strategica dal punto di vista storico, artistico e culturale. Non dimentichiamo che siamo legati alla città di Monreale e alla storia della sua Chiesa e del suo Duomo e perché si parla di varietà con un grande legame di vocazione col territorio. Quindi, questi sono sicuramente i tre elementi sui quali ci concentreremo per sviluppare anche le nostre sperimentazioni».
Intanto, tra le vigne, tutto scorre come sempre. Il vento, la luce, il ritmo lento delle stagioni. E quel cinguettio leggero degli uccelli che accompagna il lavoro quotidiano, ricordando che il vino, prima di essere un prodotto, è un atto di ascolto. In Sicilia, forse più che altrove, significa questo: entrare a contatto con la natura, farne parte, e restituirne, nel calice, la sua voce più autentica.
È dentro questa dimensione che cresce l'impegno di Costanza Chirivino, prima donna Presidente della DOC Monreale. Il suo percorso affonda le radici proprio nella terra: cresciuta nella campagna di Sallier de La Tour, si è avvicinata al mondo vitivinicolo dopo un iniziale percorso negli studi di comunicazione, fino a trasformare quell’origine in una professione lunga quindici anni. Un cammino maturato all’interno di una realtà collettiva, che oggi si traduce nella responsabilità di guidare un consorzio in una fase cruciale, tra continuità e nuove visioni.
Alla base di questo momento c’è una domanda centrale: come si costruisce oggi l’identità di un vino? «La nuova definizione delle tipologie, Monreale rosso, bianco e syrah, derivano da un cambio di disciplinare che è stato fatto negli ultimi anni. Un lavoro che abbiamo iniziato praticamente prima del Covid e che poi ha avuto delle lungaggini burocratiche ed è stato finalizzato ufficialmente nel 2024. Quindi, queste sono tipologie delle quali parliamo soltanto da due anni ufficialmente, proprio per questo hanno necessità di essere sempre più identificabili a livello di palato e di mercato».
Un’identità ancora giovane, quindi, ma già fortemente orientata verso una direzione precisa: il legame con il territorio. «Noi abbiamo scelto di nominare i vini legandoli al territorio. Quindi sicuramente l’elemento del territorio diventa un aspetto dirimente per poter dare riconoscibilità e identità a questi progetti, che però si basano su delle varietà». Ed è proprio nella selezione varietale che si costruisce un primo linguaggio riconoscibile. «Abbiamo fatto una scrematura varietale rispetto a quella che era l’impostazione iniziale del consorzio e oggi le varietà sulle quali puntiamo sono Catarratto per il Monreale Bianco, Perricone per il Monreale Rosso e Syrah per il Monreale Syrah. Quindi, sicuramente in una prima fase ci sarà bisogno di fare leva anche su questo aspetto varietale e poi successivamente ci si concentrerà sempre di più sul profilo proprio delle tipologie, quindi collegando al territorio».
Ma il vino, oggi, non si limita più al calice. Si racconta attraverso esperienze, percorsi, incontri. E in questo scenario si inserisce la rinascita della Strada del Vino e dei Sapori del Monrealese. «La strada si chiama non a caso Strada del Vino e dei Sapori del Monrealese. Quindi ci sono due elementi molto importanti che noi abbiamo introdotto. Tra l’altro la Strada l’abbiamo presentata il 25 marzo 2026 e la nuova presidente è Enrica Spadafora, alla quale facciamo ovviamente le nostre congratulazioni. Noi abbiamo voluto sottolineare il fatto che non si parli solo di vino, quindi del vino e dei sapori, e che anche tutto il mondo dell’agroalimentare sia coinvolto in questo progetto della strada, e poi del monrealese perche si va oltre il territorio specifico di Monreale».
Un progetto che si allarga e si radica nel territorio, abbracciando comunità e paesaggi. «La strada coinvolge di fatto riflette tutta quell’area interessata dal confine del consorzio che include otto comuni, quindi oltre Monreale, anche Piana degli Albanesi, Santa Cristina Gela, San Cipirello, San Giuseppe Jato, Camporeale, Corleone e Roccamena». E che ridefinisce profondamente l’esperienza del visitatore. «Già oggi quella del turista è un’esperienza molto più completa e più complessa, che va oltre il mero atto della degustazione e che comprende tanti aspetti. Basti pensare ai prodotti tipici che accompagnano le degustazioni o alle attività che spesso le accompagnano, il trekking, la bici, lo yoga, i percorsi culturali. Questo ciò che avviene al visitatore di oggi».
Il futuro, in questo senso, è già tracciato. «Il visitatore di domani, grazie al supporto della strada del vino, sicuramente si troverà ad avere una rete più funzionale a supporto di questo tipo di esperienze, quindi che sarà in grado di offrire dei servizi complementari in maniera più strutturata». Un sistema che guarda anche alla città, in particolare a Palermo, come naturale estensione e cassa di risonanza. «Facendo riferimento alla Strada del Vino, ci troviamo in un territorio esattamente limitrofo la città di Palermo, quindi in grado di intercettare sia il palermitano, per portarlo a conoscenza di quello che è la zona più strettamente rurale, limitrofa alla città, ma soprattutto il turista che vorremmo non si ritrovasse a sostare soltanto nelle mete turistiche più canoniche ma potesse anche estendere la propria presenza a zone che invece vale la pena valorizzare». Il percorso personale di Costanza Chirivino si intreccia così con quello collettivo del consorzio, in una continuità che diventa valore.
«C’è un gruppo per fortuna di produttori molto coeso che ha traghettato il lavoro del consorzio in questi anni, in cui Mario Di Lorenzo è stato Presidente del Consorzio per cui il fatto di aver individuato in me la prosecuzione di questo lavoro al tempo stesso costituisce un elemento di continuità con il lavoro che è stato portato avanti sin ora. Chiaro è che poi ciascuno di noi ha una propria impronta nel modo in cui desidera affrontare e fare il proprio lavoro». Ma ogni guida porta con sé uno sguardo e il suo è chiaramente orientato. «Questo aspetto di enoturismo è sicuramente una delle chiavi che io ritengo più strategiche in assoluto per la promozione dei nostri vini insieme a questo strategico rapporto con la città di Palermo che diventa il megafono della nostra attività, in grado di raccontare cosa sono le nostre produzioni».
Una visione che si fonda sul coinvolgimento e sulla rete. «Ci siamo dati come obiettivo prioritario proprio quello di coinvolgere la città, le istituzioni, gli ambasciatori del nostro settore, quindi il ristoratore, le enoteche, i wine bar, i locali che a vario titolo si trovano poi a proporre e promuovere i nostri vini». In questo scenario, la presenza femminile assume un valore sempre più evidente, non come eccezione ma come trasformazione culturale. «Questo è già un segno dei tempi che sono cambiati. Guardandomi intorno non ultima la presenza di Cristina Mercuri che è appena diventata la prima donna Master Wine in Italia. Ci sono sempre più donne nel nostro mondo del vino e sempre più donne che riescono in maniera più o meno organizzata, perché ci sono ambiti come le Donne del Vino che hanno contribuito probabilmente a consolidare questa cultura all’interno del nostro settore».
E la presidente aggiunge «Ci sono anche tante donne che sono state in grado di costruire attorno a sé un immaginario nuovo e moderno del vino. In questo, secondo me, la Sicilia sta facendo bene in maniera interessante». Una sensibilità che si traduce anche in metodo. «Spesso le donne manifestano una particolare attenzione nel tenere insieme una rete. C’è un concetto di collettivo che trovo molto vicino alla pratica femminile e che sicuramente, all’interno di un contesto come un consorzio, diventa fondamentale perché è proprio dal lavoro condiviso di tutte le aziende che ne fanno parte che poi può nascere qualcosa di proficuo».
Guardare avanti significa anche riconoscere le sfide ancora aperte. Allora guardando al futuro della DOC Monreale quali saranno nuovi progetti o sperimentazioni produttive immagina per rendere i vini del territorio ancora più competitivi, senza perdere autenticità? «Noi siamo ancora in una fase in cui bisogna conoscere, soprattutto a livello mondiale, quelle che sono le varietà del nostro territorio. Non dimentichiamoci che la Sicilia è cresciuta tanto dal punto di vista vitivinicolo, in termini di notorietà negli ultimi anni, ma ha ancora tanta strada da fare».
Nel frattempo, la sperimentazione continua, tra tradizione e innovazione. «Da questo punto di vista ogni cantina lavora in maniera autonoma. Mi viene da pensare al Catarratto e in particolare sulla sua longevità. E poi ci sono il Syrah e il rosato. Così come il Perricone, che è una varietà spesso definita ancestrale siciliana e che riveste sempre maggiore interesse a livello di mercato». E il futuro si costruisce su fondamenta precise. «Quindi penso che la DOC Monreale possa diventare strategica dal punto di vista storico, artistico e culturale. Non dimentichiamo che siamo legati alla città di Monreale e alla storia della sua Chiesa e del suo Duomo e perché si parla di varietà con un grande legame di vocazione col territorio. Quindi, questi sono sicuramente i tre elementi sui quali ci concentreremo per sviluppare anche le nostre sperimentazioni».
Intanto, tra le vigne, tutto scorre come sempre. Il vento, la luce, il ritmo lento delle stagioni. E quel cinguettio leggero degli uccelli che accompagna il lavoro quotidiano, ricordando che il vino, prima di essere un prodotto, è un atto di ascolto. In Sicilia, forse più che altrove, significa questo: entrare a contatto con la natura, farne parte, e restituirne, nel calice, la sua voce più autentica.
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