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Lo schiavo che divenne un Re, come? Facendo (a Enna) un casino che non avete idea

Questa è la storia di uno schiavo che dopo anni di supplizi decide che si è rotto gli stra cosiddetti. Per raccontarvela partiamo da un aneddoto legato alla vita coniugale di una coppia siciliana

Gianluca Tantillo
Appassionato di etnografia e storia
  • 20 giugno 2022

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Monumento a Euno realizzato nel 1960 dai fratelli Pietro e Giuseppe Marzilla e Bruno Di fabrizio, Castello di Lombardia - Enna

Questa è la storia di uno schiavo che dopo anni di supplizi decide che si è rotto gli stra cosiddetti, si ribella, sovverte il sistema e diventa re. Mio nonno, infatti, era ridotto un tappetino da quella camurrìa vivente di mia nonna. Non solo lo mandava a piedi sotto il pico del sole fino al mercato di Ballarò (dall’altra parte della città) a comprare due mazzi di sparacelli (i broccoletti da noi si chiamano così) - che comunque li vendevano uguali sotto casa -, per dipiù, appena rientrava dalla sfacchinata con un mezzo principio d’infarto e una cera che la mummia di Tutankhamon pareva suo fratello minore, lo guardava schifata e gli diceva: «Questi sparacelli sono? Se questi sono sparacelli io sono il re Antioco. Ti fai fottere sempre, ti fai fottere!»

E così nonno a forza di sentirsi ripetere sta cosa del re Antioco, un giorno si prese di coraggio, posò la dentiera di lato per favorire la respirazione, si fece quattro piani a piedi nello stesso palazzo e andò a chiedere al professore Terranova, che di queste cose ne capiva assai. Siamo all’incirca nel 136 a.C., i Cartaginesi avevano preso tante di quelle bastonate dai Romani, durante le Guerre Puniche, che già dal un bel pezzo se ne erano andati a quel paese… al loro paese: Cartagine.



E se a Cartagine manco ci stava più la carta per pulirsi il… muso, la Sicilia, stranamente (o probabilmente perché ancora non era nata l’Assemblea regionale siciliana), stava vivendo un periodo florido e di boom economico che i piccioli cadevano dal cielo come manna. Eh già, mica erano scemi i siciliani a quel tempo che si facevano arrivare le arance dalla Tunisia a prezzi stracciati e quelle nostrane le facevano cadere a terra; nossignore, a quei tempi dalla Sicilia si esportava grano, vino e altre cose pregiate come se non ci fosse un domani.

Ma siccome l’uomo è crasto, o come diceva Hobbes “Homo, homini, lupus”, cioè "fatti fummo per scannarci", se da un lato tale ricchezza aveva favorito la nascita di una classe nobiliare ricca e potente che dettava legge in tutto il Mediterraneo, è pur vero che qualcuno sta terra la doveva lavorare, e anche qui va a finire che ricchi diventano ricchi e i poveri se la scippano del Frack. E questa cosa mica la dico io, la diceva pure Carlo Marx, secondo cui l’operaio sotto padrone guadagna sempre la stessa miseria, lo fa arricchire, e, peggio di peggio, produce un bene che non gli toccherà mai, si “aliena” (così dice Marx), e rincoglionisce.

Comunque, fatto il quadretto, dicevamo che siamo nel 136 a.C. in Sicilia nei pressi di Enna. Il padrone “bogghese” in questione si chiamava Damofilo e da un po’ di tempo si era messo in testa una teoria economica tutta sua: “favorendo i romani attraverso lo sfruttamento degli schiavi avrebbe ottenuto la cittadinanza romana-ottenendo la cittadinanza romana avrebbe potuto sfruttare ancora di più gli schiavi-sfruttando di più gli schiavi avrebbe fatto ancora più piccioli”.

Damofilo però non aveva calcolato che tra i suoi schiavi ci stava un picciotto di nome Euno, che, stando alle voci di popolo (mezza verità e mezza minchiata non sta a noi stabilirlo), aveva poteri sovrannaturali: soffiava fuoco dalla bocca e conferiva con la dea siriaca Atargatis.

E siccome tira la corda che poi si spezza, come normale che sia, un giorno scoppia una ribellione capitanata proprio da Èuno. Seguendo paro paro il copione di Braveheart con Mel Gibson, il masculazzo inizia ad arruolare tra la le proprie fila schiavi e contadini, che, sentendo delle sue gesta, cominciano a presentarsi di propria volontà. Da quattro gatti che erano diventano un vero e proprio esercito, e qual punto partono per Enna per andargli a fare barba, capelli e shampoo a Damofilo. Sbaragliano in quattro e quattr’otto le difese del “bogghese”, e, proprio come in Johnny Stecchino, “Caput! A lui a tutta la sua famiglia!”.

Oramai il dado è tratto, o il danno è fatto, a Euno non rimane che autoproclamarsi re Antioco e coniare monete con la sua bella faccia. E niente fai che niente si sa, nello stesso momento ad Agrigento scoppia un caso di emulazione: un certo Cleone, guardandosi la serie tv su Euno s’appassiona talmente tanto che si prende pure lui di coraggio, marcia sulla città e la conquista. In poche parole succede che i due, Euno e Cleone, fanno società e da ditta a conduzione familiare diventano Srl, raggiungendo un esercito stimato tra i 70.000 e i 200.000 uomini (anche se il secondo dato a me pare un po’ na fesseria col botto). In realtà, come tutte le favole, anche questa è destinata a finire, perché poi i romani vincono lo stesso e sopprimono tutte cose.

Noi ci fermiamo qui, nel punto più alto e luminescente, e torniamo un attimo all’inizio. Ascoltata questa storia, nonno scese da casa del professore Terranova che pare si era ammuccato quattro pillole di viagra tutte assieme. Si pulì gli sparacelli, ci fece la pasta, e dopo aver mangiato si mise a lavare pure i piatti perché nonna comandava così. Appena però, finito il servizio, nonna andò a chiudere le rimanenze nella dispensa dello sgabuzzino, nonno le andò dietro, aspettò fosse curvata a chiudere gli stipetti, e a quel punto chiuse la porta e diede quattro giri alla serratura.

Era ora della pennichella, che doveva fare? Si mise i tappi alle orecchie e si andò a curcare come un re… come re Antioco!
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