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Lucia Sardo nel centenario di Rosa Balistreri: "Essere lei mi ha dato gioia e dolore"

La cantante siciliana ricordata dall'attrice che l'ha interpretata ne "L'amore che ho". Parla di un fiore resistente, nato in una terra aspra, nutrito di dolore e luce

Federica Dolce
Giornalista, avvocato e scrittrice
  • 11 maggio 2026

Lucia Sardo nei panni di Rosa Balistreri

Come una rosa che cresce nella pietra, tra vento e polvere, capace di ferire con le spine e insieme di sprigionare un profumo che resta addosso, Rosa Balistreri è stata questo: un fiore resistente, nato in una terra aspra, nutrito di dolore e luce. Non la rosa addomesticata dei giardini, ma quella selvatica che si aggrappa alla vita e non chiede il permesso di esistere.

E oggi quella stessa forza torna a fiorire nel corpo e nell’interpretazione di Lucia Sardo, protagonista del film “L’amore che ho” di Paolo Licata e dello spettacolo teatrale “Mille Rose”. Viene in mente, quasi per contrasto, la rosa cantata dai poeti, da quella simbolica e spirituale di Dante Alighieri a quella inquieta e carnale di Charles Baudelaire: figure ideali, sospese. Rosa Balistreri, invece, è corpo, voce, terra.

Nel raccontare il suo primo approccio al personaggio, Lucia Sardo restituisce un legame antico, viscerale, che precede persino il set: «Rosa fa parte proprio della mia vita perché un artista non può fare a meno di conoscere Rosa, l’intensità della sua voce, la storia della sua vita che è potentissima. Lei ha un destino di una difficoltà, proprio uno dei dei destini più difficili degli esseri umani. È difficile superare o eguagliare la voce di Rosa perché bisogna avere le sue capacità sonore, e lì c’è la natura che arriva, e anche la sua vita, perché se non hai la sua vita non puoi essere così potente con la voce. Quindi la conosco da tanto tempo, da tantissimo tempo. Ho già fatto qualcosa qualche anno fa, una decina d’anni fa, ho realizzato uno spettacolo di Natale, dove cantavo tutti i canti natalizi che ha scoperto e trovato Rosa, perché lei era anche una ricercatrice».

E il racconto dell'attrice continua, sembra un fiume in piena: «Andava proprio nei paesi a cercare le canzoni dei vecchi, insomma degli antichi. Poi ho realizzato anche questo film con la regia di Paolo Licata, dove Rosa la interpretiamo in tre attrici oltre me, Anita Pomario e da Donatella Finocchiaro nelle tre fasi della sua vita. Io sono nell’ultima fase. Non è stato difficile interpretarla e per certi versi sono stati più difficili altri personaggi che magari erano più semplici. Interpretare Rosa non è stato difficile perché io conosco molto bene quel tipo di energia, quel tipo di donna. Perché sono nata in un paese, ho vissuto lì fino a 18 anni, e lì ci si conosce un po’ tutti e le donne tipo Rosa, queste donne indomite, queste donne forti, queste donne che non si arrendevano al loro destino, io ne ho conosciute diverse e tante.

Quindi, mi sono preparata mettendomi proprio in contatto con quest’anima. Per me non è difficile fare questo perché un attore, secondo me, deve essere anche uno sciamano e deve entrare proprio nell’anima delle cose, così come entro nell’anima dei costumi. Se un attore non è in grado di essere come l’acqua, come l’acqua che prende la forma del vaso, non è attore. Per me è questo. Quindi ho trovato questo vaso potente, forte, duro, ma dolcissimo e ho tentato di entrarci. Ecco ci sono entrata ed è molto doloroso fare questi ruoli, molto doloroso».

Nel passaggio dalla preparazione alla scena, l’attrice descrive una trasformazione totale, quasi inevitabile, come se il confine tra sé e Rosa si dissolvesse naturalmente, lasciando spazio a una presenza altra: «Come mi dicono tutti i registi con cui ho lavorato, e mi dicono più o meno tutti la stessa cosa, il giorno prima, (perché cerco di arrivare uno o due giorni prima sul set proprio per percepire la tensione del set, per percepire anche cosa desidera veramente il regista) anche Paolo, il regista, mi ha detto è arrivata Lucia, ma dopo un giorno Lucia non c’era più, c’era Rosa.

Non potendo fare prove, cosa che avviene in teatro, dove c’è tutto il tempo, in quanto il tempo proprio delle prove dura un mese, un mese e mezzo, dipende dallo spettacolo, girando un film al cinema entri nel personaggio poco per volta. Così io divento Rosa e rimango Rosa per tutto il tempo del film. In particolare la mattina sul set quando indosso il mio personaggio, mi truccano e proprio lì, non lo so cosa mi succede, mi succede qualcosa. Ovvero entro in quell’anima, divento quella persona che interpreto e poi non la mollo se non a fine riprese, per poter il giorno dopo riprendere i suoi panni. È una cosa che possiedo dentro me, la trattengo, faccio anche dei sogni relativi al personaggio, entro proprio nell’anima del personaggio, soprattutto questo avviene se è un personaggio che esiste realmente».

Rosa Balistreri non è soltanto una protagonista ma una radice che continua a parlare, una forza che supera il tempo e si consegna intatta a chi sa ascoltarla: «Penso che c’è il moderno, c’è l’antico e c’è l’eterno. Rosa appartiene all’eterno. Quindi quello che trasmette Rosa non ha una data, trasmette la forza, trasmette la capacità di rialzarsi. La cosa incredibile di Rosa è che cade continuamente, come cadiamo tutti, lei cade da altezze molto molto importanti non è che cade da un metro, lei cade anche da 100 metri. Arriva a terra si annusa come un animaletto che si tocca vede che c’è e si rialza. Questo è il grande insegnamento di Rosa, qualunque cosa ti accada e cadi, rialzati. Lei ce la fatta, ce l’ha fatta grazie al canto. Così, grazie alla sua passione lei si è risollevata, perché se noi esseri umani dimentichiamo i nostri desideri e le nostre passioni siamo morti anche da vivi».

In questo attraversamento emotivo nulla viene sottratto ma tutto si trasforma in conoscenza: «Mi ha dato una gioia profonda interpretare Rosa Balistreri, perché ho cantato e quindi ho scoperto di saper cantare. Sapevo di avere le capacità di cantare, ho sempre cantato a casa mia, cantavo da bambina. A casa si cantava tantissimo. Io sono la piccola, quindi quando i miei mio fratello e mia sorella si sono fidanzati, io avevo sei anni e i rispettivi fidanzati, mio cognato e mia cognata entrambi suonavano mio cognato al pianoforte e mia cognata la fisarmonica. E quindi tutta la mia infanzia e adolescenza è passata cantando, ma in pubblico una volta solamente avevo cantato».

E invece quando Paolo ci ha detto no, io voglio assolutamente che cantiate, non vi voglio fare cantare in playback, voglio usare le vostre voci. Così ci ha proposto una maestra meravigliosa ed eccezionale che è Carmen Consoli. Ho scoperto questa voglia, questo desiderio di cantare, - rivela l’attrice - quindi ho montato uno spettacolo dove canto e racconto di Rosa ma racconto anche delle altre Rose, quelle che non hanno avuto la stessa forza di Rosa Balistreri per rialzarsi».

E poi resta la Sicilia, madre amata e distante, luogo di contraddizioni che amplificano l’amore e il dolore. Infatti alla domanda se dovesse racchiudere questa esperienza del film in un’immagine o in una sensazione, quale sarebbe? La risposta arriva profonda e significativa: «Come sensazione i profumi, Io penso che in ogni scena del film si possa sentire un profumo, io li sento. Io li sento quando recito. E come immagine, c’è questa Sicilia bellissima e spaventosa. Questa madre un po’ anaffettiva perché la Sicilia come ti cantava lei e diceva lei “terra che non senti”. È una madre anaffettiva che lascia andare i suoi figli, è ancora più forte l’amore dei figli è ancora più straziante perché l’amore di un bambino, l’amore di un essere umano, se rimane amore infantile è un amore di bisogno. Se, invece, diventa un amore adulto, è un amore più più bello perché c’è lo scambio fra gli adulti. Ecco, io penso che noi siciliani abbiamo sempre per la nostra terra l’amore del bambino. Perché la mamma non è non è pronta a guardarti, è una madre distratta, e quindi rimaniamo sempre attaccati, “appiccicati” a questa mamma perché non si trasforforma mai in amore adulto».

Nel centenario della nascita di Rosa Balistreri, la sua voce continua a risuonare come un grido contro le ingiustizie sociali: dunque quale eredità ha lasciato oggi, cosa è cambiato davvero rispetto ai temi che denunciava come l’emarginazione femminile, la condizione degli ultimi e dei carcerati e quanto resta ancora da fare? «Resta da fare sempre tanto e i cambiamenti ci portano ancora altri cambiamenti. Quindi, sicuramente, delle cose sono migliorate, delle altre no. Penso al carcere. Penso ai carcerati, a questi esseri umani privati di dignità. Tu puoi privare una persona di libertà, ma non di dignità. Noi donne abbiamo raggiunto sicuramente rispetto ai tempi di Rosa delle posizioni migliori, dei diritti, però ancora c’è tantissimo da fare. Noi molte cose le captiamo attraverso il cervello, l’intelletto, ma perché cambino veramente devono penetrare il corpo. Devono andare proprio nella sostanza nel corpo, nell’essenza di ognuno. Per il momento diciamo che i cambiamenti sono intellettuali. Ancora ci vorrà un po’ di tempo perché diventino proprio fisiologici». C

ome una rosa che continua a fiorire anche nelle crepe più dure, Rosa Balistreri non ha smesso di parlare. E Lucia Sardo, accogliendone la voce, la restituisce al presente, ricordando che certe storie della nostra Sicilia non sono memoria, ma responsabilità per tutti.
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