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Lunghi femori, crani giganti, molari pesanti più di un etto: Elefanti siciliani e dove trovarli

Nel 1829, un contadino si recò nella zona del castello di Maredolce – alla periferia sud-occidentale di Palermo – e, scavando nel terreno, ne trasse, con grande sorpresa, delle grandi ossa...

Maria Cristina Castellucci
Giornalista di viaggi
  • 22 settembre 2021

Nel 1829, un contadino si recò nella zona del castello di Maredolce – alla periferia sud-occidentale di Palermo – e, scavando nel terreno, ne trasse, con grande sorpresa, delle grandi ossa. Quando la voce si sparse, venne fuori che il ritrovamento era tutt'altro che inusuale.

Intorno al vecchio maniero normanno, ai piedi del Monte Grifone, bastava mettere una pala nel terreno per veder spuntare lunghi femori, crani sovradimensionati e molari che pesavano più di un etto.

Il primo rinvenimento nella zona risaliva addirittura alla metà del Cinquecento, quando in una grotta, alle spalle dell'attuale Chiesa di San Ciro (quella che si vede, pittoresco rudere, sulla destra dell'imbocco dell'autostrada per Catania, perintenderci) un operaio che scavava alla ricerca di salnitro aveva trovato delle ossa. Secondo quel che riferisce lo storico Tommaso Fazello, esse erano “sparse qua e là”e appartenevano a un corpo umano lungo circa nove metri. Le ossa si polverizzarono al contatto con l'aria, tutte tranne una mascella che fu portata al Capitano della Città.



Purtroppo anch'essa ebbe vita breve, perché andò in frantumi nel tentativo di estrarne i denti. Questi ultimi però rimasero, e due furono donati allo stesso Fazello. Lo storico ne fudeliziato: quegli enormi denti erano la tangibile testimonianza della presenza in Sicilia di una stirpe di giganti della quale da tempo si favoleggiava, i Lestrigoni e i Ciclopi di cui Tucidide aveva scritto. E chi poteva mettere in dubbio le asserzioni di uno storico siffatto? Quelli palermitani non erano i primi rinvenimenti di giganti.

Nel Trecento, infatti, alcuni contadini avevano visto, in una grotta alle pendici di Monte Erice, il corpo di un uomo di ciclopica dimensione, seduto e appoggiato a un bastone alto quanto il pennone di una nave. Prima che potessero far vedere ad altri quella meraviglia, il corpo si polverizzò, ancora una volta lasciando solo alcuni denti. Si pensò che lo scheletro fosse appartenuto al gigante Erice, ucciso da Ercole, e della leggenda diede conto Giovanni Boccaccio, nella sua monumentale De genealogia deorum gentilium. Le voci correvano, anche nel XIV secolo.

Nel Cinquecento, simili ritrovamenti furono riferiti praticamente in tutta la Sicilia, da Mazzarino a Naro passando per Siracusa e Petralia Sottana. Tommaso Fazello ne scrisse entusiasta, incurante di non poter vedere di persona nulla di quello che gli veniva riferito, poiché quei corpi smisurati – lunghi fino a dieci metri – si sbriciolavano ogni volta (salvo
appunto i denti).

Il Fazello era in eccellente compagnia. Come lui, molti altri storici locali scrissero convintamente dei nostri progenitori giganti. Nel 1614, ad esempio, Mariano Valguarnera andò di persona nella zona di Maredolce con un paio di amici e, smuovendo la terra, ne trasse “due mascellari e rottami di ossa di giganti”. Si spostò poi a Santa Maria di Gesù e in altre località della Conca d'oro sempre con lo stesso risultato. Sembrava che le ossa non facessero altro che saltare fuori dalla terra... e sbriciolarsi.

Nel 1742, Antonio Mongitore si disse convinto dell'”incontrastabile esistenza de' giganti... i primi abitatori del Regno” nel suo libro “La Sicilia ricercata nelle cose più memorabili”, anche in virtù di una testimonianza di prima mano. Scrisse infatti che, mentre si trovava a Maredolce, davanti ai suoi occhi un guardiano scavò davanti alla porta del castello e ne trasse una “gran testa di gigante”. Incautamente poggiato su un muretto, il teschio venne distrutto a sassate da una banda di monelli.

Per la verità, non tutti si lasciavano abbagliare dalla suggestiva teoria. Già nel Seicento, il professore Athanasius Kircher ipotizzò che le ossa fossero in realtà di animali, ma dobbiamo arrivare al 1830, per trovare un'altra voce fuori dal coro. Antonino Bernardi Bivona, nella sua “Breve relazione sugli ossi fossili trovati non a guari vicino Palermo” descrisse proprio le ossa ritrovate nella grotta di cui ho scritto all'inizio, spiegando che si trattava di resti di ippopotami e di mammut.

In seguito, identificò anche ossa di cervi e buoi. Il tutto, a suo dire, era stato trasportato dal mare che, in epoche remote, si spingeva fino alle falde del monte. La stessa cosa, più o meno, scrisse Domenico Scinà nel 1831, stabilendo in maniera incontrovertibile che si trattava di elefanti.

Da quel momento, archiviati i Ciclopi, dalla terra cominciarono a emergere i resti di pachidermi – e stavolta non si sbriciolavano. Intorno al 1870, Gaetano Gemmellaro li trovò nella Grotta dei Puntali, in territorio di Carini, e fu proprio osservando questi fossili, qualche decennio più tardi, che il paleontologo austriaco Othenio Abel elaborò una suggestiva teoria. Secondo lui, la presenza nella parte anteriore del cranio degli elefanti di una cavità, destinata a ospitare la proboscide, ha ispirato il mito dei Ciclopi.

Quel teschio con un un unico “occhio” era la prova tangibile di una leggenda diffusa in tutto il Mediterraneo.

Oggi i resti di quegli elefanti sono esposti nel museo Gemmellaro di Palermo (altri sono al Paolo Orsi di Siracusa, e provengono dalla Grotta di Spinagallo) ed è stato proprio da questi fossili che un team internazionale di ricercatori delle Università di Palermo, Potsdam, York, Islanda, Cambridge e del Museo di Storia Naturale di Londra, è riuscito a
estrarre un frammento di DNA.

Una scoperta eccezionale che ha consentito di dimostrare che in origine, gli elefanti siciliani pesavano oltre 8000 chili in più ed erano altri circa tre metri. La riduzione di taglia è dovuta a una quantità di fattori quali l'isolamento, la mancanza di predatori, l'adattamento all'ambiente. Piccoli o grandi che fossero, gli elefanti popolavano la Sicilia fino a 19 mila anni fa. Un'inezia, rispetto alle ere geologiche, ma abbastanza per creare un mito.



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