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Mafia, morale e ribellione: al teatro Altlante incantano gli "Ouminicch" di Palazzolo

L'accattivante e intenso spettacolo scritto e diretto da Rosario Palazzolo è andato in replica a Palermo con Salvatore Nocera dopo l'esordio al teatro Montevergini nel 2007

Giovanni Callea
Esperto di marketing territoriale e sviluppo culturale
  • 2 dicembre 2019

"Ouminicch'" con Rosario Palazzolo e Salvatore Nocera

Immaginate di trovarvi in una realtà separata, nella quale spinti da una forza esterna e superiore siete costretti a rispettare regole che non capite, per giocare un gioco mortale, al quale voi o il vostro compagno di sventura non sopravvivrà. Immaginate di volere provare a ribellarvi per poi realizzare che stare a quelle regole deliranti è la sola alternativa possibile.

Questa in poche righe è la storia di "Ouminicch’", uno spettacolo scritto e diretto da Rosario Palazzolo andato in scena l'ultimo weekend di novembre al teatro Atlante di Palermo e che ha visto protagonisti sul palco Rosario Palazzolo e Salvatore Nocera. Lo spettacolo era già andato in scena, con la regia di Palazzolo e Anton Giulio Pandolfo, al teatro Montevergini nel 2007.

Lo spunto è un gioco ordito da una banda criminale, presumibilmente la mafia, come metodo per gestire gli inadeguati: uno è omosessuale con poca vocazione all’omicidio, l’altro uno zoppo. A me è sembrata una splendida metafora della nostra esistenza. Due uomini che sono destinati ad un gioco con le parole che determinerà la possibilità al vincitore di uccidere lo sconfitto. Il rituale prevede un abito elegante, un gessetto per segnare i punti sulla giacca dell’avversario ed un cacciavite. Quest’ultimo fa parte del corredo, ma che non si capisce a cosa serva e perché ne sia parte.

La verità che emerge dal mio punto di vista è che i due uomini sono trappola di loro stessi, e di un sistema di gioco che accettano profondamente, anche quando sembra che vogliano rifiutarlo. Ricevono accettano ed eseguono infatti ordini da un telefono che non è collegato con l’esterno. Simbolo dell’idea che sono loro stessi a darsi le regole che li porteranno a morire.

La presenza del cacciavite è geniale. Nessuno dei due sa a cosa serva, finché non si rompe l’unica porta della stanza, dalla quale potrebbero fuggire. Razionalmente si dicono che uscire potrebbe comportare la morte ad uno dei due, o ad entrambi, mentre rimanere comporterà certamente la morte ad uno dei due. Quindi fuggire o restare presenta i medesimi rischi. Però non fuggono ed usano il cacciavite per ripristinare il proprio stato di prigionia. Come se ogni possibile via di fuga non fosse realmente tale. E come se il sistema avesse già previsto ogni possibile piano che potesse alterare il sistema stesso. Trovare un senso al cacciavite dà senso all’assenza di speranza. La trovo una immagine veramente geniale.

I due dopo questo flebile tentativo di ribellione, nel quale non hanno mai realmente creduto fino in fondo, tornano al gioco mortale con allegria e spensieratezza, come se pensare un esito della vicenda fosse irrazionale, mentre a chi osserva, lo spettatore, appare ovviamente irrazionale tutto il resto.

Le piccole dimensioni del teatro, l’ambientazione cupa, la musica ricorsiva, contribuiscono a creare un senso claustofobico che rafforza il senso di disaggio. Finito lo spettacolo io ho avuto bisogno di uscire subito per prendere aria, risposta anche fisica al senso di soffocamento generale che incute lo spettacolo.

Dicevo mi sembra una grande metafora della nostra esistenza, nella quale tendiamo a non cambiare nulla in risposta a regole che percepiamo esterne: la cultura, la famiglia ecc. e che sono invece interne a noi stessi. Sinceramente è uno spettacolo che vedrei bene al Biondo, forse al ridotto, in quanto la sala piccola aiuta nel rafforzare il senso claustofobico della scena. È uno spettacolo che merita di essere visto ed invito la direttrice del Biondo a considerarlo in una prossima programmazione.

Gli attori sono stati molto bravi. Anche in questo gioco di accenti e dialetti differenti. Complimenti al Teatro Atlante ed ai fondatori. Grande rispetto per quanti provano a fare qualcosa a Palermo e per Palermo.

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