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Artisti "ai margini" della letteratura

  • 25 settembre 2006

Il caffè letterario Tomasi di Lampedusa, in un vicolo suggestivo ed accogliente che si affaccia su Piazza Marina, ha ospitato recentemente una mostra di opere di quattro illustratori locali (Claudio Stassi, Valerio Spataro, Sergio Algozzino e Gianni Allegra), che hanno in comune l’aver pubblicato proprie opere su “Margini”, rivista letteraria, adesso edita dalla marsalese Navarra Editore. Nei suoi quattro numeri ad oggi usciti, “Margini” ha spesso accolto sulle proprie pagine «illustratori e fumettisti, come autori di una narrazione attraverso immagini accattivanti», nelle parole del giornalista Marcello Benfante all’apertura della mostra.

È una naturale evoluzione, quindi, l’esporre le tavole di questi autori e, stando a quanto affermato in sede dai curatori della rivista, il cercare sinergie con le realtà fumettistiche locali per consolidare nuove forme di collaborazione futura. Lo spazio è effettivamente piccolo, ma anche il grazioso vicolo si riempie di curiosi e di una rappresentanza della comunità fumettistica palermitana. Tutti pronti ad ammirare le figure tra il cartoon e il caricaturale di Valerio Spataro, delineate con un tratto devoto alla linea chiara di Moebius; le tavole sporche, inquietanti ed espressive di Claudio Stassi, proiettato verso il mercato franco-belga; i ritratti di Sergio Algozzino dai grigi precisi e le figure eleganti e geometriche; i solari quadretti espressionisti ed onirici di Gianni Allegra, con quei volti deformati dalle pennellate, quelle donne sensuali e carnali. Proprio Allegra si è concesso alle domande di Balarm.it.



Una mostra di fumetti concepita come una mostra d’arte, in un caffè letterario e organizzata da una rivista letteraria. Insomma, Gianni Allegra, ormai non ci sono più dubbi: il fumetto è arte.
«Questa discussione secondo me non può essere più affrontata: il fumetto è arte! Credo che ancora si possa fare una piccola distinzione all’interno del genere, tra l’arte riconosciuta obiettivamente e l’ottimo, l’eccellente artigianato. Detta così sembra una divisione un po’ troppo tagliata con l’accetta, ma ritengo che il fumetto seriale abbia il compito aristocratico di esprimere, con cadenza quotidiana, settimanale o mensile, qualcosa che forse artistico non è ma può essere di grande artigianato. Io sono un estimatore del fumetto seriale: lo leggo, ma non lo frequento da artista, non è il mio genere. Poi, la parola “Arte” stimola grandi discussioni. All’interno di un fumetto d’autore possiamo distinguere vari livelli. Quello che ha pretese artistiche e contravviene a delle regole fondamentali, come l’immediata leggibilità, e quello invece che ha rispetto per una quantità di lettori non esigua. Insomma c’è quello un po’ troppo autoreferenziale e quello che vuole arrivare a tante persone. Io prediligo il fumetto d’arte rivolto ad una buona quantità di lettori, che non abbia quella autoreferenzialità. Perché il fumetto è anche comunicazione, e se risulta troppo ermetico c’è un problema a monte».

Un autore che vedo molto affine al tuo stile è Altan [il celebre vignettista che, tra le altre cose, collabora con L’Espresso e Repubblica, Ndr], per il tratto, per i colori, per il cinismo della satira.
«È il mio papà spirituale, così come di tanti artisti. Oggi però il complesso edipico è stato superato. Penso di aver ucciso il papà spirituale e di esprimermi diversamente, adesso. Ho un grosso debito verso Altan, gliel’ho anche detto nel ‘95, quando l’ho incontrato di persona. È stato gratificante conoscerlo ed è stato anche bello accorgersi che in quel momento superavo il maestro non in qualità, ma come autonomia, indipendenza. Anche perché adesso i miei numi tutelari sono Art Spiegelman, Marjane Satrapi [rispettivamente autori di “Maus” e “Persepolis”, pluripremiati romanzi a fumetti su temi come la Shoah e l’Iran di Khomeini, ndr] e tutti quelli che fanno delle opere molto importanti ma che contengono degli elementi retorici per me fondamentali: la fatica, il sudore, il sangue. Cose che vorrei evitare ma che è impossibile. Sono al lavoro attualmente in un progetto di graphic novel che mi impegnerà per i prossimi mesi».

Ritengo che tu sia uno degli autori più legati alla “sicilianità”, come si intuisce già guardando i tuoi colori. Sei d’accordo?
«Si, sono d’accordo, e mi dai la possibilità di risolvere un certo equivoco. Se io fossi nato a Bergamo avrei disegnato e colorato così? Forse sì, forse no. Io adoro Guttuso, ma non credo di essere “guttusiano” se non in alcune scelte. Dal punto di vista pittorico i miei numi sono Modigliani, Picasso, Matisse, e quindi gli espressionisti. Io sono un post-espressionista. L’espressionista, se non ha dei crismi esistenzialisti, usa il colore molto selvaggiamente. Se poi nasce a Palermo e vede gli azzurri, i gialli, gli arancioni, è chiaro che li restituisce in qualche modo. Credo che sia un fatto accidentale. Io esprimo dei concetti che non possono essere, ad esempio, i metalmeccanici, come fa Altan: lui ha un osservatorio che gli permette di essere il papà di Cipputi. Io da 25 anni faccio delle vignette contro la mafia, e questa mi sembra già una cosa buona.»

Come fa un vignettista a trovare ogni giorno l’idea, la battuta, l’argomento da condensare in una singola vignetta?
«Questa è una bella domanda. Chi fa il vignettista in Italia si occupa di fatti che succedono in tutto il paese se non in tutto il mondo. Io sono chiamato da 7 anni e mezzo (circa 2500 vignette!) a disegnare quotidianamente una vignetta che riguardi Palermo e il circondario! Quindi se permettete il mio esercizio è più complesso. Mi faccio un autoelogio perché ancora non ho ceduto, e non intendo cedere!»

E per quanto riguarda la tecnica quotidiana come procedi? Leggi, ad esempio, i titoli dei giornali e scegli l’argomento che ti ispira la battuta migliore?
«Sono i fatti che determinano la satira, poiché fondamentalmente la satira è giornalistica. All’interno di un giornale non puoi parlare di quello che vuoi! Potresti farlo, ma sempre strumentalmente, perché alla fine devi parlare, ad esempio, di Cuffaro o di Cammarata. Se poi ci sai fare, ci puoi mettere dentro tutto quello che ti occorre. I topi, per me, da tre anni a questa parte, sono degli elementi che ho messo per insultare tutti i giorni i cittadini che non mi piacciono, e nessuno ha la capacità di dire “basta!”. La satira, dopotutto, non è buonista… è “cattivista”!»




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