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Dante, "canziati": l'Italiano è nato alla Scuola Siciliana

Una recente scoperta del ricercatore Giuseppe Mascherpa riapre la discussione sulla questione della paternità della nostra lingua, da attribuire alla Scuola Siciliana

Caterina Damiano
Giornalista
  • 18 giugno 2013

E così, sembra che il sommo poeta Dante debba farsi un po' da parte. Nulla di personale: sul fatto che sia l'autore della più grande opera scritta in italiano non ci sono dubbi d'alcun tipo, nè se ne avanzano sulla sua imponenza letteraria. E lungi da noi l'idea di sminuirlo! Ma per quanto riguarda la paternità della lingua italiana allora, aprite le orecchie, c'è da obiettare: l'origine della nostra lingua si trova nella vasta produzione della Scuola Siciliana.

Chi ha studiato le origini delle letteratura non se ne stupirà granché: che le origini del'Italiano si trovassero proprio nella produzione poetica siciliana era ipotesi sostenuta ed avanzata da molto tempo, anche se l'attribuzione della nostra lingua ad una sola origine è sempre stata fuori discussione. Nonostante, questo è luogo comune che fosse stato proprio il nasuto Aligheri ad aver vergato le prime parole che hanno dato i natali alla lingua moderna, al punto d'essersi meritato la qualifica di padre della lingua italiana. Sbagliato, sbagliato: il ricercatore Giuseppe Mascherpa ha riaperto la discussione su questa tanto sofferta paternità dopo aver ritrovato alcune poesie della scuola siciliana in una biblioteca lombarda.

Sembra inutile spiegarlo, ma tanto vale esplicitarlo: se tali manoscritti si ritrovano in luoghi così lontani dalla loro origine diventa più che mai legittimo attribuirgli una diffusione vasta. E se poi si va ad accompagnare questo ritrovamento ad altri fatti significativi precedentemente presi in oggetto, quali la scoperta di testi poetici siciliani usati come riempitivi sulle pergamene che condannavano grandi famiglie guelfe qualunque uomo potrà dedurre che da qualche parte i notai dovevano anche prenderli: si fa sempre più viva, dunque, l'ipotesi di una cultura letteraria laica diffusasi ben prima dei toscani.

Si è dunque rivelata fondamentale un'analisi attenta dei testi duecenteschi per comprendere che nonostante sia stato Dante ad avere (comunemente) la meglio nella tanto discussa questione della lingua, erano stati finora tralasciati da chiunque lo ritenesse padre e creatore oltre cento anni di ricerca della scrittura, che tornano a far parlare di sè dopo attenti studi e dopo processi critici naturalmente lunghi, come una buona analisi richiede. Si è giunti dunque al nodo della questione: l'italiano è frutto di un cammino partito dal latino e intrecciatosi poi con gli studi e la produzione della Scuola Poetica Siciliana.

E Dante? Sarebbe voce interpretativa di una lingua già in sviluppo e non inventore assoluto. La paternità assume i contorni e le forme dei poeti che affollavano la corte di Federico II di Svevia, dal caposcuola Giacomo da Lentini a Rinaldo d'Aquino, passando da Pier della Vigna a Filippo da Messina. Svolta? Neanche tanto, per chi ha alle spalle lunghi studi di letteratura. Paternità assodata? Ancora no. Perché l'evoluzione di una lingua è tortuosa, e i colpi di scena si possono nascondere in biblioteche polverose, o in piccole note nascoste. E lunghi e complessi sono gli studi che possono portare ad una risposta univoca.

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