LA RECENSIONE

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Fahrenheit 9/11, la nuova soglia del dolore

Il film ci mostra come sin dalle discutibili elezioni, Bush abbia messo in atto un preciso piano di salita al potere sostenuto dalle lobbies dei petrolieri

Maria Teresa de Sanctis
Attrice, regista teatrale e scrittrice
  • 7 settembre 2004

Fahrenheit 9/11
U.S.A. 2004
Di Michael Moore
Con Michael Moore

“Quale è il tipo di pizza più richiesto dagli italiani?” Questa una delle domande di un quiz televisivo di un tardo pomeriggio estivo in onda su una rete del circuito mediaset (ma purtroppo sappiamo bene che la rete pubblica non è da meno), classica fascia oraria di passaggio prima dei notiziari che segnano l’inizio delle programmazioni serali. Sebbene la domanda abbia già in sé qualcosa di insulso, e ci riesce difficile pensarla come una prova di non riusciamo a capire quale abilità, lo sbigottimento e l’incredulità crescono al sentire l’entità delle cifre messe in palio e l’epiteto che viene attribuito al vincitore quale ambita palma d’oro per detta competizione: “imbroglione”. Astenendoci da ulteriori commenti  su un tale desolato esempio, ma ben consapevoli di quanto grande sia l’impoverimento intellettuale e morale nel quale rischiano di rimanere impantanate soprattutto le giovani generazioni in cammino nel faticoso processo di crescita e formazione quando prive di adeguati sostegni (con la povertà in aumento nella nostra società è questo ciò che accade),  siamo però confortati dalla presenza di eventi che affermando la funzione sociale dell’arte ci indicano come la via della conoscenza sia ancora praticabile. Stiamo parlando del film “Fahrenheit 9/11” del documentarista, già premio Oscar, Michael Moore, premiato con la palma d’oro a Cannes nel 2004, nel quale si racconta cosa è accaduto negli Stati Uniti dopo l’undici settembre e come l'amministrazione Bush abbia usato il tragico evento dell'attacco alle Torri Gemelle per i propri interessi.



Il film ci mostra come sin dalle discutibili elezioni (le false notizie sull’andamento delle votazioni trasmesse da una rete televisiva di un parente di Bush, la manipolazione degli aventi diritto al voto mirante all’esclusione degli elettori di colore, la conseguente vana interpellanza parlamentare perché priva di firma da parte di alcun membro del senato), Bush abbia messo in atto un preciso piano di salita al potere sostenuto dalle lobbies dei petrolieri e dei ricchi del paese (“i nati con la camicia e con i gemelli d’oro ai polsi”, così definisce i suoi sostenitori durante un party politico). Questo belloccio sorridente e senza pensieri, che passa gran parte del primo anno della sua investitura (il 42%) in vacanza, non potendo perseguire gli attentatori legati a Bin Laden per i grossi  interessi economici intercorrenti fra i Bush e la famiglia saudita (quanto gli arabi possiedono in America è pari circa al 7% dell’economia americana, da qui i voli autorizzati dal governo per la famiglia di Bin Laden), con un’operazione mediatica riesce a convincere l’opinione pubblica che il dittatore iracheno Saddam Hussein abbia un qualche legame con l’attentato alle torri e inizia così una vicenda bellica che purtroppo ben conosciamo. Il documentario, pur partendo dalle terribili immagini dell’attentato del 2001 piene di dolore e sgomento e concludendo con immagini dall’Iraq altrettanto dolorose, nonostante mostri chiaramente come sia solo il petrolio il motivo di questa tristissima e inutile guerra, che tanto sangue continua a spargere anche fra coloro i quali volevano essere solo portatori di opere di pace (e un commosso pensiero va al reporter Enzo Baldoni), ha un tono leggero come se quanto raccontato non sia storia dei nostri giorni, e questa capacità, bisogna dirlo, è una prerogativa dei grandi, si pensi a Rossellini con “Roma città aperta” o a Chaplin con “Il grande dittatore”.

E la disillusione e lo sconforto di fronte agli inaspettati orrori della guerra di questi giovani soldati americani, per i quali è la povertà l’unico motivo per cui vanno a combattere (è un futuro ben diverso quello che gli “arruolatori”  loro prospettano, e per loro  che provengono dalle fasce sociali più povere della popolazione non ci sono altre prospettive se non quelle del sussidio, limitato nel tempo, di disoccupazione), ci mostrano ciò che l’America è diventata (e l’Italia purtroppo ne sta seguendo l’esempio): un paese dove a morire per tutelare gli interessi di pochi ricchi, interessi spacciati per interessi della nazione, sono quei poveri ai quali l’esercito viene mostrato come la strada più facile per un futuro ben lontano dalla prospettiva di morte e distruzione quale invece è. E tutto questo ce lo racconta con semplicità un ragazzone dall’aria ingenua, abbastanza in carne e col cappellino da monello, che compare qui e là nel documentario, nato a Flint nel Michigan, un paese squallido e triste “anche senza guerra”, e che in chiusura chiede ai senatori con depliants illustrativi di mandare i loro figli in guerra in Iraq. Chi scrive pensa che il titolo del film, preso in prestito dal famoso romanzo di Bradbury (per inciso, lo scrittore si è arrabbiato perché non gli è stato chiesto alcun permesso) indichi una nuova soglia del dolore oltre la quale ormai il concetto di guerra, di vita, di morte siano stravolti e  i nuovi recenti orrori di Beslan sembra ce ne diano purtroppo conferma.

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