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Il "gioco grande" di Provenzano e della mafia

  • 6 novembre 2006

C’è una mafia quasi “da favola”, folcloristica e bucolica, in cui il super boss Bernardo Provenzano è un villano con la coppola e la lupara che vive in campagna tra cicoria, santini e pizzini. C’è poi una mafia “in giacca e cravatta”, una borghesia mafiosa che occupa i luoghi del potere per gestire meglio i propri affari e i propri interessi. E c’è infine un sistema di informazione che tende a dare dell’organizzazione criminale soprattutto una rappresentazione “da cartolina”, inducendo il pubblico a pensare che forse Provenzano (e il potere che egli rappresenta) non sia poi così tanto forte e che comunque, dopo la sua cattura, il problema Cosa Nostra possa quasi considerarsi risolto.

Dopo l’arresto della “primula rossa”, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, due giornalisti dell’Ansa di Palermo, hanno sentito l’esigenza, e l’urgenza, di andare oltre l’immagine convenzionale di una mafia ad una dimensione e di avviare un lavoro di ricerca per rileggere in maniera nuova i fatti. “Il gioco grande - ipotesi su Provenzano” (Editori Riuniti, 12 euro) non è l’ennesimo saggio sul fenomeno mafioso, ma un libro che ne offre una lettura diversa, che propone una storia “altra” rispetto a quella che siamo abituati a sentirci raccontare. I due autori si interrogano sul significato del termine “lotta alla mafia”, riflettendo in particolare sulla convergenza di interessi tra “lupara proletaria” e “cervello borghese”.
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Viene analizzato il ruolo di Cosa Nostra dal secondo dopoguerra a oggi, raccontando come la mafia militare sia stata utilizzata negli anni (a partire dallo sbarco degli Alleati), ricordando fatti di cui ci si è dimenticati o che sono stati trascurati e sottolineando come, attraverso la connessione mafia-politica, si sia costruita la storia della fragile democrazia italiana. Si tratta di un’opera da cui emerge una visione tridimensionale del fenomeno, non appiattita sui soliti luoghi comuni e sulle frasi fatte che vengono presentati dai media; un libro che ha il coraggio di non parlare soltanto genericamente del rapporto tra mafia e politica, ma di fare nomi e cognomi.

La presentazione de “Il gioco grande” è stata un’occasione per fare il punto della situazione, dopo un evento importante, ma non certo risolutivo, come la cattura di Provenzano. Alla Libreria Kalhesa ne hanno discusso assieme agli autori il sostituto procuratore di Palermo Antonio Ingroia, Rita Borsellino, il giornalista Marco Travaglio e il presidente dell’Ordine dei Giornalisti di Sicilia Franco Nicastro. Il dibattito si è soffermato in particolare sulla responsabilità dei media nella creazione di un’immagine “mitica” del super boss di Cosa Nostra e nell’aver caricato di un valore eccessivo la sua cattura, dando alla gran parte degli italiani l’impressione che il problema mafia si sia risolto con l’arresto di Provenzano.

Un boss di cui, inoltre, è stata data un’immagine dimessa, più da contadino che da mente finissima che ha guidato, attraverso la strategia della “sommersione”, l’infiltrazione della mafia nei luoghi di potere. «Uno degli interrogativi più interessanti che il libro si pone – ha sottolineato Ingroia – è quello di domandarsi se l’aver caricato l’aspetto folcloristico di Provenzano sia stato soltanto il frutto di un’informazione superficiale oppure se ci sia stata una scelta politico-culturale ben precisa. Il libro non dà certezze, ma propone delle ipotesi e semina dubbi».
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