LA RECENSIONE/2

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Il “Regno” in un paese

Un film che attraversa continuamente riflessioni profonde su questioni morali, questioni che riguardano la convivenza, il dubbio, la fiducia e il senso di colpa

  • 14 novembre 2003

Dogville forse, potrebbe essere considerato un film di parola. Un film di molte parole, quelle dette in modo quasi accademico da Tom, quelle non dette ma chiuse nel rancore represso del marito di Vera, quelle logorroiche del cieco solitario (interpretato da un ottimo Ben Gazzara). Un film che attraversa continuamente riflessioni profonde su questioni morali, questioni che riguardano la convivenza, il dubbio, la fiducia, e il senso di colpa, forse principale protagonista della messa in scena che si svolge in modo quasi claustrofobico nella stilizzazione teatrale di un paese in senso archetipico.

Ritroviamo ancora una volta quell’unità di tempo e di luoghi già ossessivamente ricercata nella saga di “The Kingdom”, con l’unica differenza che in Dogville, Lars Von Trier accentua maggiormente la dimensione della “messa in scena” espressa attraverso la falsità evidente della scenografia, della perfetta mimica teatrale usata dagli attori nell’aprire e chiudere porte inesistenti, della qualità ambigua dei personaggi (nessuno escluso) sapientemente descritti nella loro opacità esistenziale. Ne viene fuori un film corale che descrive la vita di un paesino in cui l’assenza di porte e pareti permette la libera circolazione di tutti gli umani sentimenti, dai più nobili ai più spregevoli.

Sono ambigui i personaggi della piccola comunità che vive la sua ipocrita ma ormai radicata vita sociale; è ambigua Grace “l’estraneo” (Nicole Kidman) che con il suo arrivo mette in scacco l’equilibrio meccanico degli abitanti e l’eterna partita a dama tra Tom e il suo vicino di casa. È ambiguo anche il finale che pur sembrando liberatorio esprime perfettamente il concetto di Hannah Arendt della “banalità del male” e lascia lo spettatore in balia di sentimenti contrastanti, proprio quelli che hanno caratterizzato i personaggi del film, facendolo sentire, in una parola, “spaesato”. 

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