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Kikoski-Scheps Quartet: molto jazz, poca gente

Sarà stato lo sciopero della carta stampata o la consueta pigrizia del palermitano, ma la già piccola saletta del locale di via XX Settembre era vuota per circa tre quarti

di Antonio Terzo
  • 30 ottobre 2003

Davvero un gran concerto quello tenutosi martedì 28 ottobre (alle 21.30) per la rassegna Jazz Vanguard al Ccp Agricantus di Palermo: protagonista il Kikoski-Scheps 4et, formazione non notissima ai più, ma certamente ben assortita. Peccato che non ci fosse un grande pubblico. Sarà stato lo sciopero della carta stampata, sarà stata la consueta pigrizia del palermitano, o la semplice disattenzione di chi comunque frequenta la movida musicale, ma la già piccola saletta del locale di via XX Settembre era vuota per circa tre quarti. Il quartetto, noncurante di tutto ciò, ha davvero dato il meglio di sé, risparmiandosi forse in quantità (solo cinque pezzi) ma non certo in qualità. La qualità di un pianista, Dave Kikoski, la cui padronanza tecnica è fuori discussione, essendosi prodotto in introduzioni in stile classico (Autumn Leaves) e in assoli di notevole fantasia e persino un pizzico di ironia.

La qualità di un saxtenorista come Rob Scheps, capace di rievocare con disinvoltura il gergo coltraniano (Moments Notice) o esprimere, con il suo cinguettante flauto traverso, una estemporanea originalità (Autumn Leaves). La qualità di Essiet-Okon-Essiet uno degli ultimi bassisti dei Jazz Messengers di Art Blakey, grande freschezza d’eloquio improvvisativo. Da ultimo, ma non certo per importanza, la qualità del nostrano Marcello Pellitteri il quale, trasferitosi ormai in quel di New York, non manca di tornare spesso ai liti natii a far apprezzare la sua verve percussionistica metronomicamente puntuale e precisa. Peccato, dunque, perché il concerto, giudicato da molti addetti ai lavori e musicisti presenti – anche più qualificati dello scrivente – uno dei più bei concerti degli ultimi tempi per fantasia, versatilità, livello tecnico ed esecutivo, meritava davvero. Un gran peccato, soprattutto per chi se lo è perso. Nella speranza che la prossima volta non faccia lo stesso errore. Che non ci si lamenti, quindi, se poi in città si finisce per ascoltare “sempre la solita solfa”.

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