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Kill Bill, “La vendetta è un piatto che si serve caldo”

Le musiche sono una delle parti fondamentali delle creazioni tarantiniane. Geniali. Morriconiane. Perfette a seconda della scena

  • 1 novembre 2003

“La vendetta è un piatto che si serve caldo”, ecco la prima frase di un film sulla vendetta in classico codice Ronin. Poi … Un matrimonio finito in un bagno di sangue. Una sposa morente incinta (Uma Thurman) di nome "beep" che, con il volto tumefatto e irriconoscibile, recita le sue ultime preghiere («Bill, questo figlio è tuo…») a quello che sembra essere il suo carnefice. Un uomo (di cui vediamo solo gli stivali) che fredda la sposa con un colpo di pistola in testa. Una musica azzeccatissima in sottofondo e via con i titoli d’inizio. Il IV film di Quentin Tarantino (la prima parte) è cominciato. Iniziamo bene, sussurrano gli attoniti spettatori. Come al solito Quentin ci stupisce sempre con inizi travolgenti.

Ma la cosa più bella è che, a questo punto, il film parte subito a razzo con una stupenda Uma Thurman che va a trovare “un’amica”, la prima vittima della sua “Death List”: Vernita Green-Copperhead (leggi: Testa di Bronzo). Ecco che inizia il primo strepitoso e spettacolare combattimento con un pregevole uso della telecamera ed un fluido montaggio velocissimo è frammentato. La prima vera scena termina in modo solenne con una piccola bimba di quattro anni (figlia della vittima) ferma davanti la porta della sua cucina, di fronte alla madre morta ed un lago di sangue e cornflakes in attesa di raggiungere l’età giusta per vendicarne l’uccisione. Ormai Tarantino è partito … e chi lo ferma più? Chi si aspettava una trama che scorreva liscia come l’olio senza gli ormai famosi sbalzi temporali tarantiniani si sbagliava di grosso. Il film è pieno di flashback e flashforward che lo arricchiscono e tendono ad incasinarlo stupendamente.



Le musiche sono una delle parti fondamentali delle creazioni tarantiniane. Geniali. Morriconiane. Perfette a seconda della scena. Costantemente in bilico tra Western e “Melò d’azione” alla J.Woo. La colonna sonora dei film di Quentin rappresentano benissimo il suo modo di fare cinema. Esempi perfetti del pastiche di generi alla quale così generosamente si ispira. Gli spaghetti western, i manga giapponesi, i film di arti marziali, gli action-movie di hong kong, il cinema "di genere" italiano. Tutto è surreale, poco verosimile, al limite del grottesco. Il sangue scorre a fiumi in questa quarta pellicola di Tarantino (la scena del combattimento contro centinaia di esserini con gli occhi a mandorla mi sa molto di “Splatter – Gli Schizzacervelli” e prevede teste scoperchiate, arti mozzati, sangue che zampilla e urla disumane).

Le citazioni sono infinite. Non si riescono a contare. Combattimenti in classico stile kung-fu movie e “nippo-cappa e spada in costume”, il tono solenne (rispettando il codice samurai) che attraversa tutto il film e che suscita anche qualche risata, battute e scene leoniane al massimo, splatter fin troppo “italiano” (fulciano in particolar modo), riferimenti ai telefilm americani anni settanta (le tre ragazze della “Deadly Viper Assassination Squad” (Vipere Assasine) sembrano le “Charlie’s Angels” in versione cattiva ed il loro Charlie è Bill; i pensieri della sposa, carichi di rabbia e di vendetta, sono sempre accompagnati da una particolare musica che rimanda molto alle trasformazioni de “L’incredibile Hulk”). Tutto sembra già visto. Ma questo lo spettatore lo sapeva già. Sapevamo tutti (più o meno) che sarebbe stato un film-omaggio a ciò che ha contribuito alla formazione cinematografica (e non) del Tarantino regista e filologo, una specie di autobiografia a mo di citazione.

Una caratteristica di “Kill Bill” è la presenza femminile. Da “Le Iene”, passando per “Pulp Fiction” e “Jackie Brown”, c’è stato un’inversione di tendenza dal mondo maschile (e maschilista) dell’esordio a quello assolutamente femminile e sensuale di “Kill Bill”, mondo che Aldo Fittante ha magistralmente definito in tre parole: il glande freddo. Tutto gira attorno a figure femminili: the Bride-"beep"-Black Mamba (Uma Thurman), O-Ren Ishii-Cottonmouth [Mocassino bagnato] (Lucy Liu), Elle Driver-California Mountain Snake [Serpente Californiano di Montagna o una cosa simile] (Daryl Hannah), Cernita Green-Copperhead [Testa di Bronzo] (Vivica A. Fox), Sofie Fatal (Julie Dreyfus) e la cattivissima diciassettenne con le palle Go Go Yubari (Chiaki Kuriyama). La prestazione della Thurman è da oscar, specialmente nelle scene iniziali (il matrimonio e l'ospedale per esempio) in cui il phatos è l'elemento chiave filmico. Ovviamente nel film non mancano i soliti siparietti divertenti e grotteschi sostenuti dalla solida sceneggiatura pulp che contraddistingue le opere del regista americano, e non mancano i geniali e tarantiniani “titoli di spiegazione della trama” che compaiono durante la visione del film.

Le scene che diventeranno di culto sono parecchie: la sanguinosa introduzione “matrimoniale”; «io sono Buck, e sono qui per fottere» (leggi in inglese e ridi); la bella Uma che parla con il suo alluce; il cameo di Sonny Chiba («il più grande attore che abbia mai lavorato nei film di arti marziali» dice di lui Tarantino), che interpreta il maestro “in pensione” Hattori Hanzo (“The man from Okinawa”), autore della micidiale e indistruttibile katana che accompagnerà "beep" alias Black Mamba nel corso della sua vendetta; il cartone drammaticamente coinvolgente e violentemente pulp sulla terribile infanzia di O-Ren Ishii; il motorone ed il casco giallo sgargiante della protagonista; la tutina gialla a strisce nere della Sposa (bellissimo omaggio al mito Bruce Lee); Uma Thurman che sfida le leggi di gravità con salti e voli alla Matrix; il combattimento “western” finale (contro la cattivona di turno Lucy Liu) immerso in uno splendido paesaggio innevato curato nei minimi particolari (tipo il “fastidioso” rumore della fontanella che accompagna e scandisce tutti i momenti palpitanti della scena) e con un phatetico e perfetto flamenco in sottofondo; il discorso solenne (uscito paro-paro da uno “spaghetti western” con C. Eastwood) che Black Mamba fa alla storpiata Sofie Fatale; la divertentissima “Death List” della vendicatrice e infine l’ultima battuta del film affidata al killer Budd-Michael Madsen: «Quella donna merita la sua vendetta. E noi meritiamo di morire». E il capolavoro cominciò a prendere forma….

 

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