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La damigella d’onore: normalità e passione

Maria Teresa de Sanctis
Attrice, regista teatrale e scrittrice
  • 26 settembre 2005

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La damigella d'onore (La Demoiselle d'honneur)
Francia, 2004
Di Claude Chabrol
Con Benoît Magimel, Laura Smet, Aurore Clément, Bernard Le Coq

Aurea mediocritas, diceva Orazio, grande poeta latino, e di sicuro vivere una serena e pacata normalità nella frenesia del nostro tempo, se è vero che ad alcuni appare quale sinonimo di noia e monotonia, è altrettanto vero che per altri (e li riteniamo saggi) è invece una condizione di vita ideale. Dati i necessari "distinguo" a seconda che si viva in una grande metropoli (dove in verità sappiamo bene come il concetto di normalità sia alquanto variegato e bizzarro) o in una piccola cittadina di provincia, è quando questa normalità si confronta con bizzarre passioni che se ne colgono le sfumature più nascoste. E forse questa sembra essere la riflessione di fondo alla quale ci conduce l’ultima opera del maestro francese Claude Chabrol, "La damigella d’onore", presentato fuori concorso a Venezia 61, ed interpretato egregiamente da due protagonisti belli e maledetti: Benoit Magimel ("La Pianista") e Laura Smet ("La Donna di Gilles"), figlia di Johnny Hallyday e Nathalie Baye. A seguito del matrimonio della sorella (siamo a Nantes, nella provincia francese, una famiglia borghese), Philipe, operoso agente immobiliare, si innamora di Senta, damigella d'onore e aspirante attrice dal fascino intrigante e dalla bellezza enigmatica. Nasce fra i due una forte passione che porta Senta a chiedere al ragazzo delle prove d’amore alquanto singolari.



La storia assume i contorni del noir, come spesso accade per il cineasta francese, sfociando in un giallo vero e proprio. Siamo molto lontani dalle atmosfere inquietanti di “Grazie per la cioccolata”, altro bellissimo film di Chabrol, o dagli affreschi ricchi e complessi della borghesia francese de “Il fiore del male” e anche i profili dei personaggi ci appaiono un po’ superficiali e sbrigativi, come se al regista premesse di più dare un’idea dell’insieme che scavare nelle psicologie dei singoli. Inoltre, se in altre sue opere le atmosfere noir erano un pretesto per rappresentare le ipocrisie della borghesia, per scavare dietro i perbenismi di facciata e mostrare le brutture del conformismo, qui non si arriva a tanto, e probabilmente ciò non era neppure nelle intenzioni del regista. Insomma, che l’acuto occhio critico nei confronti della società del maestro francese si sia un po’ spento, ammiccando invece verso un certo cinema di intrattenimento, alto per carità, ma ben altra cosa in confronto a quanto il cineasta in passato ci ha abituato a cogliere nelle sue opere? Forse, comunque si tratta di un gradevole film, appena intrigante, anche se in verità ci si aspettava qualcosa di più di un elegante esercizio di stile, egregio, ma inutile se fine a se stesso. D'altronde siamo in tempi di assoluta superficialità, quindi anche i grandi si adeguano, però così facendo ci sembra perdano qualcosa del loro fascino intellettuale, o no?

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