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La terribile condizione delle vedove in India

Maria Teresa de Sanctis
Attrice, regista teatrale e scrittrice
  • 30 ottobre 2006

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Water
Canada, India, 2005
di Deepa Mehta
con Lisa Ray, Seema Biswas, Kulbhushan Kharbanda, Waheeda Rehman, Raghuvir Yadav, Vinay Pathak, Rishma Malik

Se quanto raggiunto oggi nelle società occidentali circa la condizione femminile, almeno in apparenza, può per certi versi sembrare soddisfacente (non del tutto sicuramente, ma è una realtà in continua evoluzione), ecco che non appena l’ottica si sposta verso altre società, e tralasciamo gli estremismi di un certo mondo islamico (nel 2006 ancora le cronache ci parlano di morte per lapidazione in Iraq di un’adultera poco più che ventenne) talvolta l’essere donna comporta ancora tutta una serie di pesanti limitazioni e sicuramente sembrerebbe essere una sfortuna.

Questa è una delle tante considerazioni alle quali ci conduce “Water”, ultimo lavoro della regista indiana Deepa Mehta, un bel film che affronta il tema delle condizioni di vita in estrema povertà alle quali la tradizione in India ha relegato nel passato (ma continua a farlo anche nel presente) le donne vedove. Questo è il terzo film di una trilogia dedicata agli elementi della natura (“Fire” and “Earth” i titoli degli altri due) e senza dubbio quello la cui lavorazione è risultata oltre modo osteggiata.



«Un familiare in meno da sfamare, un sari, un letto, più spazio dentro casa. Una questione di soldi in nome della religione. Come sempre», questo dice uno dei personaggi della pellicola e subito introduce il punto della questione, una questione politica, quindi, materiale, che viene spacciata per fatto religioso, divino, e che, nonostante il film sia ambientato nel 1938, rimane purtroppo ancora aperta.

E le non poche difficoltà che la regista ha dovuto affrontare per portare a compimento il film, dimostrano quanto ciò sia vero. D’altronde la regista, laureata in filosofia e trapiantata da anni in Canada (ha vinto la Camera d'Or al Festival di Cannes del '91 con il suo primo lungometraggio "Sam & Me"), non è nuova ad azioni di violenza perpetrate a danno dei suoi lavori. Già “Fire”, primo film della trilogia (dove si analizzava la condizione di solitudine delle donne all’interno della famiglia), era stato ritirato dalle sale a causa degli attacchi del gruppo fondamentalista Indù Shiv Sena contro i cinema in cui era in programmazione, cosa che poi fece conquistare al film il primato di vendita fra i dvd pirata in India.

Ma la vicenda di “Water”, pensato prima come documentario ma realizzato poi quale film, non è da meno. Si è iniziato a girare in India, a Varanasi, dopo avere ricevuto, come di norma, il consenso dalla censura ministeriale, ma, avendo subito la troupe sul set un violento attacco da parte di una folla inferocita legata probabilmente alle RSS, una fazione di fondamentalisti Indù vicini alla destra del BJP (attrezzature buttate nel fiume e minacce di morte per la regista e le attrici), il governo ha fatto interrompere sine die le riprese (per motivi di ordine pubblico…). Però la regista, tenace senza dubbio, dopo ben quattro anni, e solo grazie alla passione cinefila di un primo ministro di sinistra del governo del Bengala, ha potuto riprendere la lavorazione del film, in tutta segretezza, nello Sri Lanka.

Tutto questo ci dice molto sulla valenza politica e civile della pellicola, e conferma quanto la settima arte possa essere importante strumento di crescita e di evoluzione per una società. In India, secondo la tradizione (ancora in uso in quel paese, è triste doverlo ammettere, ma è così) le vedove (protagoniste del film) hanno tre possibilità: morire nel rogo funebre col cadavere del marito, sposare il fratello minore del defunto (se la famiglia lo consente) o diventare intoccabili, rasate e chiuse in un'Ashram da cui uscire solo per elemosinare. È di queste ultime che racconta il film e lo fa con un occhio sì consapevole del fascino esotico che la magnificenza di quei luoghi esercita sul mondo occidentale, ma senza indugiarvi oltre.

D’altronde a colpire lo spettatore forse è più la forza dell’indignazione per la condizione femminile lì descritta che quella della bellezza delle immagini. E i colpi inferti dalla regista alla società indiana vanno in profondità (matrimoni combinati, prostituzione di bambine, immoralità di certi ricchi). Comunque il bianco dei sari, la fascinosa immobilità delle acque, che sembrerebbe poter cancellare ogni offesa, i rami, che da padroni dell’inquadratura in toto sembra vogliano includere nel loro poderoso abbraccio anche la nostra anima (qui in tacita sofferenza), conferiscono alle immagini un indubbio valore poetico, anche questo difficile da dimenticare. Una nota ancora per la bravura della piccola protagonista, una vedova di appena otto anni.

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