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"Little Miss Sunshine", affetto e solidarietà vincenti

Maria Teresa de Sanctis
Attrice, regista teatrale e scrittrice
  • 9 ottobre 2006

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Little Miss Sunshine
U.S.A, 2006
di Jonathan Dayton, Valerie Faris
con Steve Carell, Toni Collette, Greg Kinnear, Alissa Anderegg, Alan Arkin, Cassandra Ashe, Abigail Breslin, Paul Dano

Può accadere talvolta che qualcosa (o qualcuno) preso singolarmente appaia in tutta la sua eccentricità e poi, unito a soggetti altrettanto bizzarri ma soprattutto grazie ad un elemento “altro” che riesce a fare da catalizzatore, dia luogo alla realizzazione della migliore delle aspettative, il bene, quell’affetto sincero e immotivato che unisce e che fa famiglia, qualunque sia il nucleo di riferimento. Questo in sostanza è quel che accade nel simpatico “Little miss Sunshine”, pellicola vincitrice del Sydney Film Festival 2006, primo lungometraggio dei coniugi Jonathan Dayton e Valerie Faris (autori di una lunga serie di premiati video e documentari musicali di alcuni tra i più importanti nomi del pop-rock anglosassone) e prima sceneggiatura di Michael Arndt. I due registi hanno anche diretto spot pubblicitari per la tv e curato la regia di alcune puntate di una serie comica e questo ci fa pensare che proprio dal pubblico televisivo abbiano preso spunto per il loro film.



Ma vediamo un po’ più da vicino la storia. Innanzitutto il titolo si riferisce al concorso di bellezza per bambine al quale la piccola protagonista vuole assolutamente partecipare e a buon diritto, avendo superato le selezioni per la mitica finale. Ecco allora questa famigliola americana non proprio ricca, da pollo fritto e patatine e frigorifero a doppie ante, con un variegato universo maschile al seguito: uno zio suicida fallito (il più importante studioso statunitense di Proust), uno sboccato nonno sniffatore di eroina (divertente interpretazione del bravo e noto Alan Arkin), un adolescente nietzschiano votato al silenzio per una sua giusta causa e dispensatore di odio per tutti, ed infine il capofamiglia, ideatore fallito della “strategia per essere vincenti in nove passi”, che è il leitmotiv del film, tante sono le volte che il tipo ce la propone ed evoca. Ma è l'esaudire il desiderio della bambina l’elemento magico che unisce e trasforma, quel catalizzatore di cui dicevamo all’inizio, che riesce a tirar fuori da ciascuno il meglio di sé, a contenere egoismi e a mettere a tacere delusioni, in virtù di quel sogno che deve diventare realtà, la fatidica partecipazione al concorso.

Ed è bello (ed educativo) notare come questa partecipazione sia vista in senso assolutamente infantile, senza nessuna idea di vita futura collegata al concorso (con annesse aspettative deleterie e temibili ), come invece certe famiglie più “normali” della nostra sembrano avere, trasformando le bimbe in piccoli mostri, pur se patinati e imbellettati. E questo perché il concorso è sin dall’inizio solo un desiderio della piccola, senza nessuna interferenza da parte degli adulti, eccezion fatta per il tragicomico viaggio col vecchio pulmino Wolkswagen, viaggio nel quale ne succedono di tutti i colori. E a proposito di vincenti e perdenti, la definizione più corretta ci sembra quella data dal nonno alla piccola: «i veri perdenti sono quelli che neppure partecipano». Ed un piccolo indovinello in chiusura: provate ad indovinare chi è che aiuta la piccola a preparare il suo numero per l’esibizione al concorso? Non resta che vedere il film per scoprirlo.

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