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Manderlay, le verità che non vorremmo conoscere

Maria Teresa de Sanctis
Attrice, regista teatrale e scrittrice
  • 7 novembre 2005

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Manderlay
Danimarca, Svezia, 2005
Di Lars Von Trier
Con Bryce Dallas Howard, Isaach De Bankolé, Willem Dafoe, Chloë Sevigny, Danny Glover

Film pieno, molto pieno di contenuti, ma anche di dubbi, e il dubbio, si sa, è il nutrimento dell’anima, quindi ben vengano opere come questa, soprattutto poi se l’autore in questione è l’acuto regista danese Lars Von Trier, uno dei migliori esponenti della settima arte dei nostri tempi. Stiamo parlando del film “Manderlay”, secondo lungometraggio, presentato in concorso al 58° festival di Cannes, della trilogia americana, progetto di Von Trier denominato “U.S.A. – Land of opportunities”, iniziata con “Dogville”, pellicola del 2003, e destinata a chiudersi con la prossima “Washington”. Anche in "Manderlay", ritroviamo la tecnica dell’assoluta mancanza di elementi, la finzione dichiarata nella maniera più assoluta, che ugualmente affascina e seduce lo spettatore, sconvolgendo gli animi per la durezza delle verità narrate. Ci si ritrova infatti del tutto immersi nella propria immaginazione e nelle emozioni che ne conseguono, il tutto sagacemente sollecitato e dalla bravura degli attori (innumerevoli gli irresistibili primi piani, fidi portatori di verità) e dalla tecnica di ripresa a mano del regista (sua peculiarità tecnica di vecchia data), e poco importa se le porte che si odono sbattere non siano visibili, o se delle galline starnazzino e si agitino assai rumorosamente all’interno di un riquadro tracciato per terra denominato chicken house: in questa peculiare teatralizzazione del cinema, le suggestioni sono ugualmente efficaci. Questa opera comunque affascina ed avvilisce più di quanto ci si aspetti. Affascina per la tecnica narrativa, or ora descritta, spogliata di ogni inutile orpello, ma anche avvilisce e vediamo perchè.



L’avvilimento non è solo per quelle verità inenarrabili che caratterizzano, nostro malgrado, il comportamento dell’essere umano, e che il regista, con un certo sadismo forse, si diverte provocatoriamente a tirar fuori, sin dai tempi del terribile “The Kingdom”, come i suoi estimatori ben sanno, ma riguarda qualcos’altro, il pensiero stesso dell’autore. Questa brevemente la trama di “Manderlay”, dove è una ieratica voce fuori campo che accompagna il racconto, rigorosamente scandito in otto capitoli. Siamo nel '33, la fame e la miseria sono ancora protagoniste assolute della scena che ora si sposta nella piantagione Manderlay, in una zona isolata nel profondo sud degli USA dove per caso Grace (Bryce Dallas Howard) e il padre gangster (Willem Dafoe) arrivano dopo aver lasciato la terribile Dogville. Stanno andando verso Denver dove il padre spera di stabilirsi impiantando lì i suoi loschi traffici. Casualmente con le loro automobili si fermano di fronte al grande cancello di ferro di una piantagione. Manderlay, questo il nome della tenuta, inciso a grandi lettere sopra un masso posto davanti al cancello. Grace e gli altri stanno per andarsene, quando una donna di colore bussa disperata sul finestrino di Grace, attirandone l’attenzione. Grace viene così a conoscenza dell’ingiustizia che si perpetra nella piantagione, dove dei lavoratori di colore vivono ancora in uno stato di schiavitù. Inorridita, Grace decide di fermarsi lì e per un "obbligo morale", grazie all’aiuto di un avvocato, sgherro del padre, cambia l'ordine sociale e le leggi vigenti all’interno della comunità.

Adesso è lei a sancire nuove regole, uguali per tutti, in base alle quali bianchi e neri, d'ora in avanti, vivranno assieme e con gli stessi diritti, nonostante la presenza scomoda del librone delle leggi di Mam (Lauren Bacall), la vecchia proprietaria bianca, nel quale i neri erano persino divisi in categorie. Ma questo sarà un compito assai gravoso per Grace e poi gli stessi lavoratori di colore non sembrano così felici di questa nuova libertà. E quanto sia difficile per il genere umano gestire la libertà ben lo sappiamo, e anche se nel film si afferma come l’America di allora (e quella di adesso?) non sia ancora pronta ad accogliere gli schiavi di un tempo come uomini liberi (la battuta è del personaggio interpretato da Danny Glover), come se la piantagione li proteggesse dal mondo esterno quindi, le provocazioni alla fine del film sono tante ed inquietanti. Le affermazioni anti-Bush di Von Trier sono note, per cui possiamo immaginare le intenzioni del regista quali siano, e quindi di provocazioni si tratta, però è vero che pericolosi equivoci potrebbero anche sorgere. Probabilmente sarà la parte conclusiva della trilogia a chiarire ogni cosa. Intanto restiamo con le nostre ansie inestinguibili in quanto la verità che conosciamo è una sola e cioè che viviamo in un mondo nel quale l’uguaglianza, la giustizia e il rispetto per gli esseri umani sono ancora obiettivi da raggiungere. Affascinante e terribile anche la carrellata di foto sui titoli di coda, come già avveniva in “Dogville”. Il film è dedicato al suo produttore Humbert Balsan, scomparso nel febbraio 2005.

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