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Nel castello errante le metamorfosi del Bene e del Male

  • 12 settembre 2005

Il castello errante di Howl
Giappone, 2004
Di Hayao Miyazaki
Voci Chieko Baisho, Takuya Kimura, Akihiko Miwa, Christian Bale

E’ arrivata l’ora di Hayao Miyazaki: finalmente, il successo internazionale de “La città incantata”, con l’Orso d’Oro ricevuto a Berlino nel 2002, e poi l’Oscar come miglior film d’animazione arrivato l’anno dopo, hanno portato al concorso veneziano dell’anno scorso il suo ultimo capolavoro, appena giunto in sala. S’intitola “Il castello errante di Howl”, tratto dal romanzo di Diana Wynne Jones, e si è aggiudicato un premio per il contributo tecnico alla pellicola. E’ di quest’anno, invece, l’intelligente scelta, da parte del direttore Marco Muller, di assegnare a Miyazaki il Leone d’Oro alla carriera. Potrebbe essere una svolta decisiva per uno dei grandi veterani dell’animazione giapponese, per uno dei pochi, veri autori rimasti. Adesso c’è la possibilità che un pubblico più vasto possa accorgersi del suo talento, fino adesso seguito dagli affezionati fan degli anime, i sostenitori (spesso osteggiati) della cultura d’animazione nipponica che, con difficoltà, riesce ancora oggi a trovare il giusto spazio nel nostro paese (vedi la pessima distribuzione di altri due gioielli, “Tokyo Godfathers” e “Steamboy”, firmati da due importanti autori, Satoshi Kon e Katsuhiro Otomo). Ancora una volta, nel cinema di Miyazaki, una figura femminile è al centro del racconto. La protagonista di questo suo ultimo film è la diciottenne Sophie, abitante della cittadina di Market Chipping, la cui vita è scandita dalle molte ore di lavoro in solitudine come confezionatrice di cappelli nel negozio del padre defunto. Un giorno, camminando in una via buia della città, la ragazza incontra un bel giovane biondo a cui piace succhiare l’anima delle fanciulle, Hauru il Mago di Howl, con il quale può dividere le sue debolezze.

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Una sera, alla chiusura del negozio, la Strega delle Lande fa visita a Sophie e, equivocando su una possibile relazione tra la ragazza e il Mago Howl, la trasforma in una vecchia novantenne. Sophie, fuggendo di casa, finisce in una landa desolata dove s’imbatte nel castello errante di Howl e, una volta salita a bordo, nasconde la sua vera identità spacciandosi per la governante. La casa del castello è abitata dal giovanissimo apprendista del Mago e da un demone del fuoco, una fiammella parlante che vive nel camino. In più, si aggiunge uno spaventapasseri ambulante che guida la vecchia Sophie nel suo cammino verso una profonda conoscenza del vivere. Gli universi fantastici di Miyazaki sono tra i luoghi più poetici ed evocativi del cinema d’animazione contemporaneo, laddove modernità e arcaicità provano a convivere, spesso nella sintesi di messaggi pacifisti. Ne “Il castello errante di Howl”, il Regno e il paese confinante sono in continuo conflitto, l’epoca in cui si svolge il racconto non è definita (potrebbe essere quella industriale: la malvagità dell’umano nel portare morte e distruzione supera le barriere spazio- temporali). Il castello vagante è una finestra sul mondo (sembra uscito da un romanzo di Verne) dove tutti i personaggi sono prigionieri di una magia superiore, dove tutti lottano con la morte, giocando con le metamorfosi come il Mago Howl che arriva a trasformarsi in un grande falco, come Sophie che un sortilegio imprigiona nel corpo di una vecchia. Il suo apprendistato, che la porta a distinguere il bene dal male, si consuma in un corpo fragile (anche se in una sequenza ella dimostrerà di essere più forte della robusta Strega delle Lande nel suo percorrere la lunga scalinata del Palazzo reale, portando con sé un cane per lei enorme).

I capelli dei protagonisti di Miyazaki sono quasi sempre mossi dal vento, soprattutto quando rivolgono il loro intenso sguardo verso le incertezze del futuro: anche Sophie sembra vibrare dalla testa ai piedi quando, inquadrata di spalle, è intenta ad ammirare il meraviglioso paesaggio confinante. Come la piccola Chihiro de “La città incantata”, come la giovane strega Kiki di “Kiki’s Delivery Service”, come la principessa Mononoke, Sophie è un’altra figlia di Miyazaki, una dolce creatura in perenne conflitto con la Natura. Una giovane saggia fanciulla che non si crede bella e che, dopo essersi perdutamente innamorata del Mago Howl, comincia a credere in sé stessa e non più solamente nel suo corpo trasformato, cercando di vincere la magia che l’ha colpita insieme ad altri. Una magia che solo l’amore può sconfiggere, come in tutte le favole che si rispetti. L’assunto di questa pellicola ci ricorda lo splendido film cinese di Jia Zhangke, presentato in concorso a Venezia lo scorso anno, “Il mondo”, dove un immenso parco d’attrazioni di Pechino è la visualizzazione di un mondo parallelo dove il dolore dei personaggi è espresso nelle magiche sequenze danzanti ed il silenzio diventa una metafora di sentimenti inespressi. I mondi fantastici e la stessa metafisica di Miyazaki possono apparire lontani agli occhi di noi occidentali, ma i suoi castelli, i suoi maghi, le sue metamorfosi appartengono all’universo dei miti. Ed ogni mito ci ricorda, lo sappiamo, una visione del mondo in cui tutti possiamo riconoscerci. Anche, in tempi come i nostri, dove il Male è presente, senza nessun maleficio o stregoneria, nella sua forma più banale.

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