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Old Time Relijun, il futuro del rock’n’roll?

"I tre musicisti danno vita alla loro miscela di rozzo country, caotico rock’n’roll, south blues, il tutto con assoli continui e una furia live, quasi punk"

  • 3 novembre 2003

Vedere e sentire dal vivo gli Old Time Relijun, penso sia un’esperienza sempre interessante. Mi era capitato già una volta, due anni fa all’Ex-Carcere di Palermo, di assistere ad una loro performance, e devo dire che ne ero rimasto molto impressionato: suoni grezzi, improvvisazioni ripetute, uso di molti strumenti e un’attitudine sul palco davvero incredibile. Giovedì 30 ottobre, merito anche dei Candelai, luogo veramente ideale per questo tipo di eventi, il concerto, a mio parere, è stato anche più efficace e decisamente migliore nel suono. Quando salgono sul palco, vestiti in maniera molto sobria (a parte lo sfoggio di una mascherina halloweeniana, da parte del batterista Rivers Elliot), subito i tre musicisti danno vita alla loro miscela di rozzo country, caotico rock’n’roll, south blues, il tutto con assoli continui ed una furia live, quasi punk, (alla Cramps, per intenderci).

È quasi impossibile restare fermi davanti a pezzi impagabili come “Mystery Language” o “Crocodile Theatre”, e il ritrovarmi a saltellare ascoltando brani così non convenzionali, così lontani e a loro modo vicinissimi alla forma-canzone, così destruturalizzanti, mi è apparso subito molto strano ma magico assieme. E la magia ed il misticismo quasi infernale (me li immagino già a suonare attorno ad un falò di notte in una palude del Mississipi, attorno a loschi figuri indemoniati) è a mio parere una delle componenti principali del sound degli Old Time Relijun.Arrington De Dyoniso (nonostante, rispetto al concerto di due anni fa all’Ex-Carcere, suoni solo la chitarra e non metta mano al sax, al flauto e alle percussioni) è come al solito una furia. Balla, incita il pubblico, canta, fa smorfie, urla, riesce camaleonticamente a far uscire qualsiasi suono dalla sua bocca.



Suona la chitarra in modo molto atipico, quasi non prendendo accordi, ma picchiando freneticamente sulle corde, e riesce a costruire dal nulla lancinanti riff che diventano motivi conduttori dei singoli brani; sorretti questi anche dall’imponente muro del suono (niente a vedere con Phil Spector, però) costruito dal vibrante contrabbasso di Aaron Hartmann, musicista molto valido, di impostazione jazz e dalla batteria quasi perennemente in controtempo di Rivers Elliott. Dopo aver suonato una manciata di pezzi, per un oretta (forse un po’ pochino) i nostri tre salutano il pubblico e vanno via. In concreto un gruppo veramente peculiare, che ricorda, seppure in maniera odierna, chiaramente l’acid rock e country di Captain Beefhart and his Magic Band, con spruzzatine di psichedelia, tanto blues, ed a tratti, soprattutto nell’attitudine, i primi Violent Femmes e lo psychobilly dei Cramps, ma che prende le distanze da tutto ciò, creando uno stile unico ed inconfondibile. Se, però, riuscissero a dare un tocco di originalità in più alla loro musica, e non eccedessero alle volte in formalismi, seppure eleganti e raffinati, forse sarebbero realmente dei grandissimi.

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