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Per il Kenya, Pinocchio si fa Nero

Una piéce teatrale rappresentata da piccoli attori fra gli 11 ed i 17 anni, letteralmente strappati ai bassifondi di Nairobi

  • 6 settembre 2004

«Ma dove va tutta quest’acqua?» Questa la domanda che uno dei bambini kenioti protagonisti di “Pinocchio Nero” ha posto davanti ad una delle magnificenti fontane di Roma ad uno dei volontari accompagnatori [da un servizio del Tg2]. Basato su un’idea di sconvolgente semplicità, lo spettacolo in scena a Palermo l’8 e 9 settembre alla Chiesa di Santa Maria dello Spasimo (ore 21, ingresso libero), trae spunto dalla favola forse più famosa e nota nel mondo, quella del Pinocchio di Carlo Collodi, tradotta in una piéce teatrale rappresentata da piccoli attori fra gli 11 ed i 17 anni, letteralmente strappati ai bassifondi di Nairobi, alle baraccopoli, all’abbandono a sé stessi, alla colla da sniffare per dimenticare la fame appena appena attutita da qualche “fortunoso” scarto riciclato dalle discariche della capitale Keniana. L’ennesima trovata per raccogliere fondi da inviare non si sa dove, non si sa a chi? Niente affatto. Il progetto ha già in atto la sua stessa realizzazione: dalla condizione di “non-persone”, da individui senza neppure una identità, attraverso tale iniziativa questi giovanissimi riescono ad avere dei documenti da poter mostrare ai poliziotti di Nairobi evitando di finire in prigione solo per il fatto di non risultare in alcun registro, “abusivi” della stessa aria che respirano. Senza contare che le capacità artistiche maturate dai ragazzi con quest’esperienza serviranno a formare un gruppo teatrale locale pronto a formare nuovi attori protagonisti.



Artefice dell’iniziativa, avviata nel 2002, è l’AMREF, Fondazione africana per la medicina e la ricerca, grazie all’impegno volontario di Marco Baliani – che ha scritto e diretto la sceneggiatura, musicata dalla sensibilità di Marco Betta – e la collaborazione artistica di Elisa Cuppini, Maria Maglietta, Letizia Quintavalla, Morello Rinaldi e Riccardo Sivelli. Iniziativa, patrocinata dal Comune di Palermo, che il Sindaco di Palermo, Diego Cammarata, in sinergia con il suo omologo di Roma, Walter Veltroni e la Provincia di Parma, ha raccolto con entusiasmo, per una duplice prima nazionale: «Mai cedere a particolarismi o consentire la creazione di privilegi. Ma c’è qualcuno per cui si può, invece, intervenire in particolare: si tratta dei bambini, e ancor di più di quelli che vivono in condizioni di forte disagio in tutto il mondo, come nel caso di questi piccoli di Nairobi, ma anche nella nostra città», ha dichiarato Cammarata.

E forse allora la favola della metamorfosi per eccellenza, quella del ligneo burattino in bambino in carne ed ossa meglio di ogni altra costituisce allegoria di questa loro trasformazione. Sulla scena essi rappresentano un “coro” da cui via via si distaccano i singoli attori protagonisti per dar vita a più personaggi: dall’anonimato all’identità. E sono bravi a catturare l’attenzione come i “saltimbanchi di un tempo, con poche cose e molta anima”, piccoli “pinocchi guerriglieri”, abituati dalla vita, da una vita, da sempre a stare in strada. Dunque, dinnanzi a quella spontanea ed emozionalmente spiazzante domanda «Ma dove va tutta quest’acqua?», parlare di “invito a riflettere” sugli sprechi della nostra società, sui disagi insiti in un sistema socio-economico la cui sedicente perfettibilità è ancora tutta da dimostrare, è meno che riduttivo. Il vero invito “fattivo” è invece quello di andare a toccare con mano, anzi a provare con cuore l’emozione che questi ATTORI sono in grado di trasmettere, con la spensieratezza della loro età e la relatività alla quale la loro esistenza li ha abituati a vivere.

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