LA RECENSIONE/2

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“Pugnale d’ordinanza”, nello specchio l’ossessione dell’amore

Con la raffinatezza dell’inquietante e impegnativa parola di Perriera, sono tanti gli spunti di riflessione che l’elegante testo offre, con la notevole bravura degli attori

Maria Teresa de Sanctis
Attrice, regista teatrale e scrittrice
  • 5 aprile 2004

Una singolare zingara in una lingua incomprensibile cerca qualcuno per leggergli la mano e dopo un’invocazione al cielo ecco che  una ragazza cede alla sua richiesta. È così che ha inizio l’ultimo lavoro del regista e scrittore Michele Perriera, dal titolo “Pugnale d’ordinanza”, in scena ai Cantieri alla Zisa di Palermo fino a martedì 6 aprile, promosso dall’assessorato alla Cultura. Lo spettacolo, che  prende le mosse dall’interrogatorio di una donna accusata dell’omicidio della sua compagna per poi visitare le oscurità recondite dell’amore, si sviluppa, anche visivamente,  su due piani: quello del processo, sul palco, in una scena rarefatta (scene e costumi di Lisa Ricca) dove il bianco, colore della purezza che qui sembra evochi la bellezza sublime dell’amore assoluto, invade ogni cosa, e quello dei ricordi, situato fra il palco e il pubblico, una sorta di limbo emotivo dove l’amore consuma il suo destino di passione e morte, in un ripetuto alternarsi di danze sensuali e lotte violente, cariche di pathos con coltellate mortali alla fine, fra le due donne innamorate, magistralmente interpretate da Giuditta Perriera e Serena Barone.



Con l’estrema raffinatezza dell’inquietante e sempre impegnativa parola di Perriera, sono tanti gli spunti di riflessione che l’elegante testo offre, con la notevole bravura degli attori (l’eccellente Gigi Borruso, procuratore attento, Salvo Volturno, convincente marocchino, elemento di disturbo nel rapporto fra le due donne, Letizia Porcaro, la zingara, Maria Rosa Randazzo, la guardia, Giovanna Cossu, elegante e magnetica presenza sulla scena nella vetrina dei ricordi con Francesco Teresi, Vincenzo Musso e Laura Isgrò), col riconoscibile disegno della regia attenta all’estetica della forma e all’efficacia della tecnica, si racconta di quell’amore profondo che trascinandoci nei meandri della sua ossessione ci allontana da ogni senno, quell’amore il cui desiderio imprescindibile di possesso dell’altro (il sesso non ha alcuna importanza, il sentimento di cui qui si  parla è universale) arriva, con un  parossismo tipico della scrittura di Perriera, a volere essere l’altro (molto bella e intensa, fra le altre, la scena finale dello specchio con le due brave protagoniste). Se per tutto il lavoro si respira il peso che tutto ciò comporta e, di quell’amore che fra orrori e meraviglie brucia ed esalta i fortunati che lo vivono (ma attenzione a non morirne), se ne  percepisce il seducente fascino e l’intima paura al contempo, infine è un sentimento di profonda pienezza ciò che lo spettacolo intimamente ci regala.

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