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Quegli scatti che invocano un diritto alla normalità

Maria Teresa de Sanctis
Attrice, regista teatrale e scrittrice
  • 13 novembre 2006

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Fur - Un ritratto immaginario di Diane Arbus (Fur: an imaginary portrait of Diane Arbus)
2006, U.S.A
di Steven Shainberg
con Nicole Kidman, Robert Downey Jr., Jane Alexander, Harris Yulin, Courtney Taylor Burness

Certe volte accade che qualcuno viva come in apnea sotto la superficie dell’acqua. Ogni tanto arriva su e tira una boccata, mostrando poco della propria reale essenza, essenza che lo rende diverso da quelli che vivono invece in superficie, una diversità che inevitabilmente gli crea una sorta di disagio esistenziale. Allora è come se il nostro qualcuno vivesse in sordina, con le emozioni contenute, partecipando poco, o per nulla, a tutto ciò che avviene sopra. Poi, all’improvviso, accade qualcosa che lo induce ad emergere e a mostrarsi completamente per quella che è la sua natura. E lì ecco sparire ogni disagio ed il nostro si trova finalmente a vivere la sua vera vita riuscendo infine a essere se stesso.

In sostanza questo è quel che accade alla protagonista del film “Fur - Un ritratto immaginario di Diane Arbus”, interessante lungometraggio del regista Steven Shainberg, liberamente ispirato al libro di Patricia Bosworth, "Diane Arbus: una biografia". Il regista, affascinato dalla fotografa americana (nata nel 1923 e morta nel 1971) sin da ragazzo (nella casa dello zio, lo scrittore Lawrence Shainberg, aveva ammirato alcuni dei famosi ritratti della Arbus), ha voluto raccontarne non tanto la reale biografia quanto una storia immaginaria e da lui immaginata (come riporta il titolo della pellicola), partendo appunto all’opera della Bosworth.



Al di là delle corrispondenze o meno con la vera vita della Arbus, quello che si apprezza nel film, nonostante una certa lentezza narrativa nella prima parte, è il racconto di questo disgelo, questo risveglio dell’anima e della personalità vera della Arbus che la condurrà poi ad una esistenza artistica caratterizzata da un personalissimo estro creativo che troverà la sua più compiuta espressione nella nota ritrattistica di certi tipi umani assai particolari, i freaks (letteralmente, creature strane). E si tratta di un racconto riuscito, sia per la bravura di tutto il cast (l’espressione piuttosto fredda del volto della Kidman funziona alla perfezione per le inquietudini della Arbus) che per l’efficacia delle scenografie e ancora di più delle musiche.

All’inizio la Arbus ci appare come una normale casalinga (siamo nel '58), con una vita familiare classica, impegnata ora a stirare ora ad aiutare il marito, fotografo pubblicitario, da semplice assistente senza alcuno spazio creativo proprio. Quindi la frequentazione con un singolare vicino di casa (Robert Downey Jr.), un’amicizia che si trasformerà in relazione sentimentale, la condurrà verso i sentieri inesplorati di un mondo per lei nuovo, quello dei freaks, (nani, giganti, donne senza braccia e via di seguito con le bizzarrie). Nella stranezza di quegli uomini e quelle donne la Arbus/ Kidman si trova a proprio agio, trovando lì la propria normalità, quella normalità "altra" che nella realtà ha caratterizzato l’estro creativo della fotografa inducendola a ritrarre quei tipi umani assai particolari.

Si tratta infatti di una umanità diversa che dai ritratti inquietanti della mitica Arbus sembra silenziosamente e drammaticamente urlare un proprio inespresso eppure intimo diritto: quel diritto, assolutamente e continuamente negato, ad essere considerati normali. Il regista già con “Secretary", film precedente a questo (Premio Speciale al Sundance Festival), aveva raccontato di morbosità femminili, lì d’amore, qui artistiche. E il titolo del film (fur, in inglese pelliccia ma anche pelo) tralasciando il riferimento alla ricca attività, una pellicceria appunto, dei genitori della Arbus, richiama la particolare pelliccia che vedremo indossare alla fotografa.

E quel manto di pelo ci conduce a dell’altro ancora, a quella copertura colla quale talvolta ricopriamo (consapevoli o inconsapevoli) il nostro vero io escludendolo dalla vita che ci circonda e sottraendoci così alla vista degli altri e/o, soprattutto, alla nostra stessa vista. Una piccola nota meritano le significative differenze cromatiche degli interni fra i due appartamenti: il bianco gelido delle pareti di casa Arbus in contrasto con il calore delle molteplici forme e colori della casa del singolare vicino. E ancora interessante notare che, pur vedendo spesso inquadrata la macchina fotografica della Arbus, non le vedremo mai fare neppure uno scatto, riuscendo comunque ad immaginarne tanti attraverso i suoi occhi.

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