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Metti una cena con il gruppo (Facebook) dei Siciliani a Roma: essere nella capitale e sentirsi a casa

Avete presente quei gruppi Facebook in cui si ritrovano compaesani che vivono in un' altra città? Partecipare ad un incontro "reale" di uno di questi gruppi può regalare davvero forti emozioni

Susanna La Valle
Insegnante e scrittrice
  • 5 ottobre 2021

Io maestro Santi Scarcella e i suoi musicisti durante la serata del gruppo Siciliani a Roma

Entrando riconosco i tratti del viso, le movenze, gli sguardi penetranti e indagatori rivolti ai nuovi arrivati. Poi c’è la lingua, i cari amati suoni che finalmente liberi da una convivenza in un posto lontano, possono esprimersi in quelle forme che racchiudono ricordi lontani.

Sono alla cena del gruppo dei Siciliani a Roma, voglio capire come vivono lontani dalla loro terra. Roma è una strana città, accoglie ma non si concede mai, caratteristica che ben si modella al carattere dei siciliani.

Nel rispetto reciproco hanno trovato punti di contatti, ma fermi nelle loro individualità e storie. La mia iscrizione al gruppo è stata accettata benché “ sine ius solis” un atto di magnanimità forse per aver vissuto tanto tempo in Sicilia. Rincontrarsi è motivo di gioia profonda, il solo il salutarsi occupa metà della serata, ogni nuovo arrivato fa ricominciare la serie di saluti, domande, battute, abitudine tipica siciliana.



Ricordo che la stessa cosa accadeva quando “scendevo a mare” arrivata da Roma, passavo da capannello a ombrellone salutando tutti e ricominciando ogni volta a raccontare cosa era successo durante quei mesi di lontananza.

Qui non conosco nessuno, questo mi permette di osservare in silenzio, godendomi lo spettacolo di Siciliani fuori dall’Isola. È un gruppo amministrato da donne, sono Nicoletta Valentina e Sissi, le padrone di casa e organizzatrici dell’evento. Nicoletta redattrice e traduttrice, mi dice che è un gruppo eterogeneo, con professionisti, commercianti, insegnanti impiegati. L’età abbraccia varie fasce d’età, c’è anche un bimbo piccolo figlio di due siciliani che si sono conosciuti ad una di queste cene.

La provenienza parla tanto di Palermo, lo stesso nome del locale ha il termine “ arancina”, è già questo vuol dire tanto, ma anche le altre città sono rappresentate. Io siedo con tre signori, sono un po'intimidita, ma è questione di un attimo, Francesco Umberto e Marcello sono gentili e premurosi. Impossibile non parlare della Sicilia, e soprattutto di Palermo con loro. I ricordi, sono l’elemento di unione e di riconoscimento, non importa non essersi mai incontrati, non avere amici in comune, l’aver condiviso luoghi, cibi, crea legami.

Marcello si lascia trasportare dal ricordo dello “ sciauro” delle panelle del furgoncino a Piazza Marina, chiaramente ricordato datutti e quattro per la comune frequentazione. Umberto ricorda che negli anni dell'’università, dopo essere stato in discoteca andava a un bar all’inizio di via Ruggero Settimo per bere il succo limone, con l’aggiunta di bicarbonato, un’esplosione di spruzzi che sembravano piccoli fuochi d’artificio,“con quello si rimetteva ha posto lo stomaco e si digeriva tutto”. Stiamo ricordando il bar Pinguino aperto h24, che veramente ha reso più “ leggeri” molti rientri a casa, dopo una notte di bagordi.

Francesco il più riservato è interessato alla Palermo occulta, chiede notizie della villa di Mondello,entrata tra le leggende metropolitane della città, quella che non riesce a essere venduta perché abitata dai fantasmi. Ognuno conosce una storia diversa arricchendo così le informazioni degli altri, ci scambiamo notizie intorno all’ennesima asta andata deserta. Marcello ci dice che per un periodo nella villa fu ospitato il Banco di Sicilia, solo sei mesi, “i fantasmi facevano sparire i soldi”.

Non posso fare a meno di sorridere, è tutto così surreale, sono a Roma in via Prenestina, ma in realtà mi sento a casa mia, tra via Dante e Piazza Politeama. Mentre continuiamo a ricordare luoghi e persone, ci osserva l’altra amministratrice, Sissi. È bellissima, con un colore d’occhi da favola e lunghi capelli biondi, si definisce un’ingegnera-cuciniera, ha un’autentica passione per la cucina.

Ognuno chiacchiera, la sala è un brusio indistinto quando parte un canto in sordina, una voce che sembra provenire direttamente dalla profondità del cuore, scandisce lentamente.

Si nni eru si enni eru li mi anni
Si nni eru si nni eru un sacciu unn
i”

È un nodo allo stomaco, due sole strofe per un’intensa emozione, cantiamo tutti, ognuno con lo sguardo rivolto a un ricordo lontano.

A questo incontro non si sono fatti mancare niente, com’era stato annunciato “ ci scialiamo con il nostro amico, il maestro Santi Scarcella e i suoi musicisti”. Jazzista, compositore e autore, Scarcella è bravissimo, i suoi concerti all’Alexander Platz di Roma, sono sempre un successo. Intrattenitoreautoironico racconta che le sue canzoni d’amore nascano sempre “ quannu mi lassu”.

Tra i suoi pezzi una “Catania città di sabbia e neve” e un pezzo improvvisato sul momento dedicato a Palermo. La sua musica, intrigante, e raffinata, non riesce a nascondere la piacevole timbricità della voce, ricca di sonorità dell’isola. L’attività del gruppo mi dice Alessandro, nisseno, candidato alle amministrative al Comune di Roma, è legato al senso di appartenenza e condivisione.

Leggendo i post mi rendo conto che dal buongiorno che si scambiano ogni mattina su Wapp, alle richieste in caso di necessità, fanno riferimento a questa piccola comunità sicula, perché come scrive qualcuno: “prima di tutti mi fido dei siciliani “.

Sarei dovuta rimanere un’ora, invece ne sono passate quattro. Vado via, bisogna entrare in punta di piedi in casa di un siciliano, conquistando poco alla volta fiducia e affetto, lezione che conosco da quando arrivai a Palermo a sette anni. Dopo aver fatto un saluto generale, esco ripensando a quelle due strofe, mi chiedo, dove sono finiti i miei anni e com’è possibile che quelli siciliani siano ancora così vividi e stabilmente padroni della mia mente e del mio cuore.

Raggiungo la macchina, ripetendo sottovoce “'nu giardinu ammezu di lu mari, tuttu ntssutu di aranci e ciuri, tutti l'acceddi cci vannu a cantari, puru i sireni cci fannu all'amuri”.
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