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Nelle catacombe dei Cappuccini di Palermo: il fascino (macabro) del culto della morte

Un'immersione nel luogo scelto dai frati per il riposo dell'anima. Una visita che fa riflettere sull'ironia della morte. Un mistero che resta impossibile da svelare

  • 13 agosto 2022

Quando pensiamo alle grandi personalità della storia, musicisti, cantanti, attori, pittori, comici, li associamo quasi sempre alle prese di un'esibizione.

Pensiamo ai più conosciuti esponenti della musica classica e del rock, ai cabaret dei comici, alle prestazioni dei ballerini e faremo un lungo viaggio nella testa, nei libri, su internet per risalire alle loro più originali performance.

Ma la verità è che la più esilarante, sottile ed economica esibizione della storia è stata e sarà sempre quella della Morte. Esilarante perchè ci tiene molto a tenere le nostre facce incollate al suo grande schermo per ricordarci che, prima o poi, dobbiamo morire, e che ciò può accadere in perfetto stile fantozziano.

Sottile ed essenziale perchè non ha mai sprecato fiato per farsi sentire: di questo rimane traccia soltanto nel cerchio della cavità orale dalla quale è uscito per la sua ultima volta.
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Ed infine, per morire non hai bisogno di pagare nessun biglietto di sola andata. Per entrare alle catacombe dei Cappuccini di Palermo, invece, sì.

Ma ad un prezzo così basso che potremmo visitarle tutte le mattine e i pomeriggi e cogliere, dunque, l'occasione per conoscere sempre più da vicino (e sempre più vicina ogni giorno che passa) questa eterna amica-nemica. Ad ogni passo ci si sente sempre più partecipi del più affascinante e grottesco dei processi.

Un tribunale fatto di crani cascanti a destra e a sinistra, a volte staccati dai corpi e poggiati a mo' di soprammobile; di abiti e camicie da notte ridotte a stoffe lacerate, di fragili strati di pelle legata alle mascelle o alle mani, di denti ancora ben saldi e di baffi e capelli ancorati ai pori sterili, come bambini che non hanno ancora il coraggio di lasciare la mano di mamma e papà.

È il contabile al nostro fianco o l'uomo in abiti vellutati scuri sopra di noi con le braccia giunte che attende la nostra parola? Le fragili e molli ossa che sembrano suggerire espressioni ai volti dei neonati nelle culle sono in attesa di una nostra ninna nanna e del bacio della buonanotte?

Quando guarderete le bocche spalancate di chi ha esalato l'ultimo respiro non solo li paragonerete inevitabilmente ai dissennatori di Harry Potter, ma vi accorgerete che è proprio qui che entra in gioco il senso dell’umorismo della morte: potremmo andarcene per sempre nella nostra posa peggiore.

O forse, come in un vecchio film, ci farà belli. Proprio come nel caso della più intatta tra loro, Rosalia Lombardo, nata nel 1918 e morta nel 1920, con il suo fiocco tra i capelli che molto tempo fa si agitava al di fuori di una teca di vetro. Farsi avanti tra di loro, trovarseli all'altezza delle spalle, sopra la nostra testa.

Li troveremo appesi in file orizzontali su entrambe le pareti, come i più intrepidi dei "curtigghiari" da cortile, (che fanno discorsi da cortile) che si affacciano da un balcone all’altro.

Altri ancora dietro ai cancelli, sotto di noi quando cammineremo sopra le loro nuove dimore di marmo al di sotto di una passerella trasparente.

Forse non temiamo tanto il momento esatto della morte quanto l'idea della sua eternità che, in quel momento, si insinua sempre più nella nostra coscienza.

È questa la sensazione varcando questi suggestivi corridoi, in cui l’aria si fa a tratti pesante, dove tappeti di ombre e luci si alternano come la vita e la morte e dove sentirsi gli occhi addosso quando di tali organi non ne esiste quasi alcuna traccia. Reparto donne, uomini, vergini, frati cappuccini, neonati, nomi e cognomi, date di morte.

Etichettati come si fa con le bambole di un grande magazzino, anche questo un luogo in cui alloggia questa pratica innata di fissare negli occhi oggetti inanimati e avere la sensazione che prima o poi si muoveranno. E per quel che mi riguarda, alcuni giocattoli sono molto più inquietanti dei morti.

Professionisti, uomini d'affari faccia a faccia come se stessero ancora discutendo di una vecchia conversazione che il passaggio della morte ha portato via.

Le vergini, alcune poste su entrambe i lati di una grossa croce elevata dal pavimento, altre accatastate una sopra l'altra in mise da notte, come adolescenti sui letti a castello che fanno il resoconto delle proprie esperienze e non sapremo mai quanto con le parole siano andate oltre ogni oscenità.

Quando ci troveremo di fronte la parete dei preti rifletteremo su come tutte le loro accolte confessioni di una vita sono ormai insetti vaganti in un cervello sabbioso.

E poi i grandi fondatori. I frati cappuccini, coloro che al di sopra del Kemonia hanno fatto delle catacombe luogo di riposo dell'anima.

"Frate Silvestro da Gubbio, il primo ad essere inumato alle Catacombe il 16 ottobre 1599".

Trovatelo laggiù e cercate di non fotografarlo. Io ci ho provato e posso dire di essere stata rimproverata da una voce fuori campo all'interno del più memorabile cimitero di Palermo.
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