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Non solo Niscemi, le frane che hanno cambiato la Sicilia: storia delle "new town"

L'Isola è una regione geologicamente ancora giovane, e il caso di Niscemi ne è la prova ma la storia ne conta tanti altri. L'intervista al geologo palermitano Valerio Agnesi

Aurelio Sanguinetti
Esperto di scienze naturali
  • 6 febbraio 2026

La frana a Niscemi (foto di Walter Boscaglia)

Per via della crisi della frana di Niscemi, il tema del rischio geologico è divenuto fra i più accesi all’interno del dibattito pubblico nazionale in queste settimane. Ne abbiamo parlato con il professore Valerio Agnesi, docente ordinario in pensione di geologia e geomorfologia dell’Università degli Studi di Palermo.

Secondo il professore, la Sicilia è una delle regioni italiane che presentano il maggior rischio geologico per via della combinazione di molteplici fattori, che rendono la nostra isola particolarmente vulnerabile. Oltre ad essere infatti una regione ad alto livello sismico e a rischio vulcanico, in particolare nelle province orientali, la Sicilia è anche un’isola che presenta un territorio molto complesso, storicamente antropizzato e con numerosi versanti soggetti a movimenti franosi. Fra le condizioni che la rendono predisposta alle frane, c’è la natura stessa delle rocce (per buona parte arenitiche e argillose) su cui poggiano un gran numero di comuni.

Esse, infatti, non sono molto stabili e quando avvengono precipitazioni molto intense si impregnano d’acqua, agevolando l’azione della gravità e favorendo lo scivolamento. Questo è lo scotto di vivere in una regione geologicamente ancora giovane, la cui buona parte della superficie è composta da rocce argillose e poco stabili. «Non è difatti un caso se la maggioranza delle frane presenti in Sicilia hanno come eventi scatenanti le precipitazioni» ha chiarito il professore.

«Esistono casi di frane che si sono mosse a seguito di uno scuotimento sismico, per via del fenomeno della rimobilizzazione, ma in genere, in Sicilia, le frane avvengono dopo importanti eventi meteorici». Importanti sono anche le azioni dell’uomo, che spesso vanno a indebolire i versanti tramite la deforestazione, l’abusivismo edilizio e gli incendi. I roghi, in particolare, eliminando la fascia di vegetazione, compromettono gravemente la stabilità di monti e colline, favorendo la degradazione meteorica di pioggia e vento.

Per arginare quindi le frane, si dovrebbe controllare l’espansione edilizia dei comuni, soprattutto in quelle realtà di montagna già soggette a rischio, e il fenomeno degli incendi. Una sfida in verità molto ardua, considerando l’elevato numero di roghi che ogni anno colpisce la Sicilia a partire dalla stagione primaverile. Un altro problema molto sentito dai geologi è legato anche al ritardo nella produzione delle nuove carte geologiche. Circa il 50% del territorio siciliano è infatti privo di moderne carte geologiche, lo strumento principale con cui lavorano non solo i geologi, ma anche vari altri esperti.

Dove si osserva una carenza di carte aggiornate, questi tecnici continuano a lavorare usando le vecchie carte geologiche della fine dell’Ottocento, risalenti a poco dopo l’Unità d’Italia, che presentano un minor dettaglio e anche delle informazioni – dopo oltre un secolo – desuete e imprecise. Per far fronte a questo problema, bisognerebbe permettere ai geologi di effettuare nuovi studi tramite la messa a disposizione dei nuovi fondi. Ciò tuttavia non avviene, per difficoltà politiche-amministrative di finanziamento. Questo problema è però condiviso con altre regioni italiane, come la Calabria o la Campania, dove non sono stati effettuati i nuovi rilevamenti in scala 1:50.000 (progetto CARG).

«Le aree siciliane che risultano più problematiche dal punto di vista sismico e delle frane sono tutte le aree interne e il versante messinese continua a spiegare Agnesi -. Come dimostra il caso dell’alluvione di Giampilieri, il territorio messinese è molto fragile, per via anche del suo substrato roccioso metamorfico. Un altro caso noto agli esperti è il caso della frana di San Fratello: questo comune presenta una grossa frana, che sebbene sia differente da quella presente a Niscemi, preoccupa gli esperti in egual modo».

Il caso di San Fratello è emblematico anche per un'altra ragione. A seguito dei primi crolli, avvenuti nel corso del Settecento e dell’Ottocento, parte della popolazione di questo piccolo comune dei Nebrodi decise di spostarsi più a valle, formando la comunità di Acquedolci che venne fondata durante il periodo immediatamente precedente al ventennio fascista. Anche San Cipirello, altro comune situato stavolta in provincia di Palermo, venne fondato a seguito di una piccola diaspora degli abitanti di San Giuseppe Jato, che l’11 marzo 1838 vennero colpiti da una disastrosa frana che distrusse gran parte del paese.

Queste storie dimostrano che trasferire parte degli abitanti di una comunità colpita delle frane è possibile, in particolare quando questa scelta è oculata e mediata da approfondimenti scientifici. Spesso, secondo il professore, è infatti meglio costruire nuove comunità lontano dai paesi colpiti dalle frane, rispetto che ricostruire proprio dove l’azione di questi fenomeni ha ridotto in polvere interi quartieri e distrutto delle vite. «Lo stesso d’altronde è stato fatto per il territorio del Belice: Poggioreale venne abbandonata dopo il 1968 e ricostruita in una zona più sicura». Per stabilire ovviamente se parte degli abitanti di Niscemi debba essere trasferita altrove, magari in una nuova frazione del paese da realizzare, bisognerà attendere le valutazioni dei tecnici della Regione e della protezione civile, suggerisce il professore. Le condizioni della frana che ha colpito questo comune non sono però molto incoraggianti, come in realtà lo stato di salute dell’intero territorio siciliano.

Per via del cambiamento climatico, che ha comportato una maggiore piovosità e un peggioramento delle condizioni di salute dei nostri ecosistemi, la Sicilia sembra essere destinata a dover subire nuovi disastri ambientali nel corso dei prossimi anni, di cui il ciclone mediterraneo Harry potrebbe essere stato solo l’antipasto. Il nostro clima sembra essere diventato in pratica bistagionale, con estati roventi e inverni molto piovosi, che non fanno altro che esacerbare una condizione già precaria.
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