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Palermo Capitale della Cultura: stavolta parliamo del logo tra social e lingue antiche

I colori di Google o Microsoft, l'uso della lettera ب , che in arabo si pronuncia "bā": le polemiche (e le risposte) sul logo scelto per Palermo Capitale della Cultura

Mohamed Maalel
Booklover compulsivo
  • 13 febbraio 2018

Il logo di Palermo Capitale della Cultura 2018

È passato solo qualche giorno dal 29 gennaio, data di inaugurazione dell’anno di Palermo capitale della cultura, ma sui social scoppia già la polemica: a destare preoccupazioni e critiche il logo scelto per rappresentare il riconoscimento e le attività.

Partiamo dall’idea di base: nel logo compare un unico simbolo, la "P", che viene declinata in arabo, greco, ebraico e fenicio, per evidenziare il ruolo che Palermo ha non solo come capitale della cultura italiana, ma anche mediterranea. Il logo è firmato da Sabrina Ciprì, una studentessa palermitana di 22 anni dell’Accademia di Belle Arti.

Come spiega Ciprì, «Quattro P perché quattro sono i Canti del Teatro del sole e quattro le lingue incise sulla stele conservata alla Zisa. Volevo che chiunque lo guardasse potesse immaginare Palermo con il mare, le cupole, le luminarie della festa, il verde e i teatri».

Un logo dinamico, insomma, ma che fa storcere il naso a chi, sui social, si scaglia contro il progetto grafico della studentessa palermitana: «Facilità di lettura e comprensione per chiunque, immediata riconoscibilità (anche quando l'immagine è speculare o capovolta), capacità di persuasione, buona riproducibilità in diverse dimensioni e in bianco e nero, equilibrio nella scelta dei colori... Non mi sembra che il risultato rispecchi queste caratteristiche!» commenta un utente su Facebook, che ironizza sui colori utilizzati per il logo - verde, blu, giallo e rosso – che ricordano molto quelli dei loghi di Google e Microsoft.

Controbatte un utente che commenta «Il giallo, il verde, il blu e il rosso e loro combinazioni sono state utilizzate da sempre in loghi e soprattutto nella tradizione siciliana nel dipingere carretti e barche, non mi pare così scandaloso».

Non mancano, quindi, commenti di approvazione per il lavoro della studentessa: una ragazza commenta «Se calcoliamo che questo lavoro è stato eseguito da una studentessa di 22 anni, del corso graphic design, credo che ci si possa solo congratulare e non sempre e soltanto criticare il lavoro altrui.

Tra l'altro i colori utilizzati sono i colori più leggibili e riconoscibili per la grafica». Ma la polemica non si ferma qui: ci si scaglia anche contro un ipotetico uso scorretto della lettera ب , che in arabo si pronuncia "bā" - e che in base alla presenza di segni diacritici può essere letta bā, bu o ancora bi.

Osservazione importante: nella lingua araba non esiste il suono “p” ed è per questo che gli stessi arabi si riferiscono a Palermo con il suono “Balermu” (anche la o non è un suono tipico della lingua araba, che viene sostituito con la u).

Nei social spiccano alcuni commenti di malinconici nazionalisti: «Scrivete in italiano...» e «Capitale italiana della cultura e nemmeno una p in italiano».

A difesa della correttezza linguistica un utente scrive «Il logo prima di essere pubblicato è stato visionato da persone di madrelingua araba ovviamente». In effetti la discussione sull'uso corretto della lettera araba non trova fondamento se si pensa al fatto che nelle stesse culture arabe, tra tutte la Tunisia, la grafia delle lettere alfabetiche si è adattata a un uso più moderno delle parole.

L’utilizzo dei segni diacritici nei libri e nella scrittura quotidiana è quasi del tutto dimenticata, a favore di un linguaggio che comunica subito, nell'immediato e senza troppi giri di parole.

In poche parole nessun arabo si preoccuperebbe di correggere la forma di una lettera, piuttosto si fermerebbe ad ammirare le meraviglie di una città diventata capitale della cultura 2018.

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