Pensi a un albero e ti sbagli: la via di Palermo dedicata a un "centro benessere"
La tesi sull'origine del nome di una famosa via ad opera dello studioso ottocentesco Vincenzo Di Giovanni. Se fosse vera questa ipotesi smentirebbe quella più nota
Via Alloro alla Kalsa, a Palermo
La stessa spiegazione diede il marchese allorquando si trattò di stabilire la derivazione toponomastica della via del Celso, da egli così nominata in virtù della presenza in suddetta via di un albero di gelsi mori, ma si scoprì in seguito che nel 1170 esisteva nella stessa strada la via nominata “Kes” (via della calce) che potrebbe essere stata corrotta dal popolo in “Celso”, pertanto la via del Celso potrebbe aver derivato il suo nome non dalla esistenza in loco di un albero ma dalla presenza di fabbricanti di calce.
Detto ciò, siamo ancora convinti che la via Alloro debba il suo nome alla medesima specie arborea? L'alloro è un albero storicamente molto importante per carità, con le sue foglie sono state realizzate corone indossate da imperatori e sommi poeti, perciò non c'è nulla di strano a dedicargli il nome di una via o di un' intera contrada, si pensi a tal proposito al quartiere dell'Addaura, la cui origine del nome è notoriamente attribuita alla presenza di un grande albero di alloro o addirittura ad una piantagione di alberi di alloro, salvo poi seguire l'ipotesi di Rosario La Duca, il quale suggerì, a suo tempo, una spiegazione differente da quella botanica.
Egli sosteneva infatti che la parola “addaura” che in siciliano si riferisce proprio all'albero dell'alloro e deriva dal latino “laurus”, si riferisse in realtà alla corruzione della parola greca “laura” (l'Addaura era nominata un tempo “feudo della Daura”) la quale indicava la presenza di una comunità di monaci semieremiti proprio alle falde del monte Pellegrino, ove si trova pressappoco l'odierna borgata dell'Addaura.
Tornando alla via Alloro, dunque, si potrebbe ipotizzare un'origine diversa del suo nome? Lo studioso ottocentesco Vincenzo Di Giovanni pensava proprio di sì. I più noti viaggiatori “arabi” che hanno visitato la città di Palermo nel medioevo, furono Ibn Hawqal, Ibn Jubair ed Edrisi. Essi oltre a descrivere la morfologia di Palermo, le sue bellezze e i suoi fasti, indugiarono sui “servizi” che la città offriva, quali ad esempio fondachi, case, botteghe, mercati e “bagni”, «bagni tenuti da' cristiani e da chiese e bagni di arabi e di giudei».
Ora, per bagni non bisogna intendere i vespasiani o solo i bagni rituali come i Miqweh ebraici o gli hammam islamici, ma anche terme e luoghi pubblici per l'igiene o, in senso più largo, per il relax. Dice Vincenzo Di Giovanni che nel Quaderno delle Gabelle del 1312 vi è un census balnej lauri, «Chi sa se da questo balneum lauri fu dato nome alla via Alloro»? Fosse vera l'ipotesi del Di Giovanni, più che da un albero, la via Alloro potrebbe derivare il suo nome da un “bagno”, cioè da un “centro benessere”.
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