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Pittore, fiorentino ed esuberante: chi fu la "testa calda" che fece scalpore in Sicilia

Ricordiamo spesso le continue sciarre del Caravaggio e il suo esilio a Malta, ma anche in Sicilia non "babbiavamo" con teste calde nordiche. È il caso del Paladini

Gianluca Pipitò
Ricercatore storico e dell'Arte
  • 31 dicembre 2021

La copertina del libro "Un genio vagante... in giro nella Sicilia - Filippo Paladini e la pittura della tarda Maniera nella Sicilia centrale" di Paolo Russo

Carissimi lettori, in Sicilia e a Malta ricordiamo spesso le continue sciarre del grande pittore Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, ma anche in Sicilia non babbiavamo con le teste calde nordiche di esportazione.

Anzi, sembra che i crocevia di questi artisti veloci di pennello, di bocca e con le armi fossero le grandi isole del Mediterraneo: Sicilia e Malta.

Tutti ricordiamo l’esilio del Caravaggio che, per salvarsi dalla condanna capitale emessa a Roma in contumacia per la morte di Ranuccio Tommasoni da Terni nel 1606 con la scusa di un contestato fallo durante il gioco della pallacorda (una specie di Tennis, e poi dicono che il Tennis è un gioco tranquillo), dovette fuggire prima a Napoli e poi, nel 1607, a Malta sempre grazie alla intercessione dei Colonna.

Ma ancor prima del Caravaggio un altro pittore tardo manierista raggiunse Malta per una questione del tutto similare.

Era il fiorentino Filippo di Benedetto Paladini (Casi in Val di Sieve, 1544 – Mazzarino o Palermo 1614/1615) che, come ci racconta il dottor Paolo Russo nella sua monografia - "Un genio vagante... in giro nella Sicilia - Filippo Paladini e la pittura della tarda Maniera nella Sicilia centrale" (edizioni Lussografica) - fuggì per essere "coperto" dai Cavalieri di Malta i quali avevano occhio lungo e naso per gli artisti di valore.
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La fonte delle notizie sulla esuberanza del Paladini proviene dalle ricerche del nostro storico Di Marzo il quale attinge le notizie dallo «Specchietto dei condannati dal magistrato de’ signori Otto» e dal volume 163 dei Partiti degli Otto di Balia conservati presso l’Archivio di Stato di Firenze, e che riporta la disavventura dell’artista.

Era il 9 maggio 1586 e Filippo Paladini viene condannato in contumacia a tre anni di galea (cioè morte sicura). Motivo della condanna? Quisquilie: «per aver aggredito due mesi prima insieme a un "compare" un suo concittadino, entrambi armati di spade e camuffati con «barbe finte», la vittima è un certo Pierfrancesco di Giambattista de’ Giovanni.

Il nostro Filippo viene arrestato a Piazza Santa Croce nel gennaio del 1587 armato di spada e nel febbraio dello stesso anno viene trasferito a Pisa «per scontare la pena con altri galeotti» ed infine lo spediscono al confino nell’isola di Malta (Santi in Paradiso?) dove, pur avendo avuto un misterioso aggravamento della pena, godeva di una certa libertà.

Appena giunto a Malta viene apprezzato e protetto dal Gran Maestro dell’Ordine dei Cavalieri di Malta, Ugone de Loubenx de Verdalle, un francese di origine; tale favore permise al Paladini di avere diverse commissioni artistiche, tra cui, la pala d’altare per la cappella del Palazzo del Gran Maestro raffigurante la Madonna in trono fra Santi e Cavalieri (oggi nel Palazzo Arcivescovile della Valletta) e l’esecuzione sempre nel palazzo Arcivescovile degli affreschi con le Storie di San Giovanni Battista.

A Malta ebbe altre commissioni, soprattutto dal vescovo Tommaso Gargallo, realizzando le pale d’altare raffiguranti la Circoncisione e il Naufragio di San Paolo per la chiesa dei Gesuiti della Valletta.

In quel periodo a Malta vi era il nobile fiorentino Francesco dell’Antella che dal 1601 era segretario del Gran Maestro Alof de Wignacourt.

Francesco dell’Antella, personaggio importante dell’epoca, era in contatto con i maggiori pittori residenti a Malta (tra cui il Caravaggio, del quale è committente ed intermediario in Toscana) ed è in questo periodo che probabilmente commissiona al Paladini la “Decollazione del Battista” nel 1608 e che porta con sé a Firenze nel 1611, regalandolo alla chiesa della commenda di San Jacopo in Campo Corbolini.

Paladini fortunatamente viene rimesso in libertà nel 1595, anche se contro il volere del Granduca di Toscana. Parte da Malta ma mantiene ottimi rapporti commerciali con l’Isola creando, di fatto, una scuola di pittori, come ne è esempio Vincenzo Baiata che nel 1611 realizza una “Madonna con Bambino”, oggi al Wignacourt Collegiate Museum di Rabat (proveniente dalla chiesa di Santa Maria Tal-Virtù a Rabat).

Filippo, convinto di aver ottenuto la grazia, cerca di ritornare nella sua Firenze ma viene respinto (purtroppo per lui la grazia arriverà solo prima del 1610), quindi, come ipotizzano gli storici Paolini, lo stesso Di Marzo, e Bonello, si pensa che il confine per l’artista sia stato solo spostato da Malta alla Sicilia, come testimoniato da una procura fatta dal concittadino Luigi Pigolotti, residente a Castrogiovanni, e che quindi conferma la sua presenza a Ragusa nel 1598.

Quindi, prima della fine del ‘600, avanti negli anni, arriva in Sicilia, continuando a realizzare altre opere in giro per l’Isola, disseminando la nostra terra di ulteriore arte e bellezza; Filippo si stabilisce intorno al 1601 a Mazzarino in provincia di Caltanissetta con i favori del potente Fabrizio Branciforti, dove acquista una vigna eleggendola a residenza.

Morirà tra il dicembre del 1614 (Susinno) ed il febbraio 1615 (secondo una lettera invita da fra Francesco Buonarroti al fratello Michelangelo il Giovane pro nipoti del Buonarroti) o a Mazzarino oppure, presumibilmente, a Palermo, comunque lontano dalla sua amata Firenze, forse per l’età o forse per volere proprio.

Chiudo l’articolo con le parole del Susinno su questo eccentrico artista: «Pel suo genio vagante andò sempre in giro nella Sicilia e da per tutto lasciovvi memorie degne del suo pennello, divenuto per lo studio lungo e per la sperienza eruditissimo».
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