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Prima a olio e poi a gas: quando a Palermo c'era l'addetto all'accensione dei lampioni

Ci fu un tempo in cui il buio delle viuzze in città veniva interrotto solo dalla luce della luna piena e la gente che era costretta a uscir di notte portava con sé una lanterna

Mario Calivà
Scrittore e drammaturgo
  • 23 aprile 2021

Passeggiando tra le vie del centro di Palermo ammiriamo le illuminazioni pubbliche che, nel loro gioco tra luci e ombre, rendono ancor più bella e misteriosa la città e i suoi vicoli in cui spesso si consumano amori passeggeri e clandestini.

Ma ci fu un tempo in cui il buio delle viuzze veniva squartato solo dalla luce della luna piena e la gente costretta a uscir di notte portava con sé una lanterna. Questo stato di cose cambiò intorno alla metà del XVIII secolo quando il Senato palermitano, per imitare le più grandi città d'Italia e d'Europa, fece piazzare alcuni lampioni nella zona del Cassaro.

Erano, in sostanza, dei fanali ad olio. Poiché la popolazione aveva accolto la novità con grande gioia, il Senato pensò di estendere il beneficio a tutta la città, soprattutto per ragioni di sicurezza.

Nel 1746, secondo i Diari di Villabianca, si dispose l'installazione di duecento lampioni e i nobili seguirono questa tendenza e misero, a proprie spese, dei fanali davanti alle proprie case. Nel 1785 il vicerè Caracciolo, abituato alla vita di Parigi, fece illuminare il Cassaro da dodici fanali uguali a quelli della capitale francese, poiché spesso si recava lì per diletto.



Ma quei fanali andavano appesi nel bel mezzo della strada, ragion per cui non furono graditi dai cittadini e in pochissimo tempo vennero smontati e portati a Villa Giulia.

Il Villabianca che aveva il dente avvelenato contro il Caracciolo, non si fece scappare l'occasione per criticare il vicerè e commentò che tutte le cose di Parigi non erano di certo da copiare. L'illuminazione ad olio durò fino al 1838.

Successivamente si pensò di utilizzare il gas, ma la rivoluzione del 1848 fermò ogni progetto. Nel 1857 a Palermo esistevano 1500 fanali ad olio e si calcolava di mantenerli accesi per 270 notti all'anno, tranne in quelle in cui la luna illuminava la città.

Nel 1861, finalmente, arrivarono i fanali a gas. L'appalto venne dato alla ditta Favier. Così si diffuse la figura dell'addetto all'accensione dei lampioni, che ogni giorno, all'ora del tramonto, andava di lampione in lampione per accenderli e prima dell'alba per spegnerli.

L'illuminazione a gas durò meno di trent'anni, perché nel 1888, precisamente la sera del 12 gennaio, per la prima volta la Stazione Centrale e Piazza Pretoria si illuminavano di luce elettrica. Quindi, luce elettrica e luce a gas convissero per diversi anni.

Il 2 gennaio del 1900, la luce elettrica arriva in via Maqueda e Piazza Politeama. Ma l'impressione generale non fu delle migliori perché alle lampadine palermitane mancava lo splendore di quelle di Napoli, Roma e Torino per "insufficienza di potere luminoso.

«L'impressione generale è stata non buona e se quella di ieri sera sarà considerata una prova, è da augurarsi che per l'avvenire sarà provveduto perché non abbiasi a verificare il caso assai strano di dover rimpiangere la cattivissima luce a gas preesistente».

Così scriveva il Giornale di Sicilia del 3 gennaio 1900. Nel 1928 il Comune stipulava un contratto con la Società Elettrotecnica Palermitana per la creazione degli impianti della pubblica illuminazione e dei privati. Così, come scriveva lo storico Rosario La Duca, scomparivano definitivamente i lampioni a gas "che aveano illuminato la Belle Epoque di Palermo".

Ancora, secondo La Duca, le nuove illuminazioni ebbero modo di sfoggiare il loro splendore durante i festini degli Anni Trenta, nella via Maqueda e in tutto il Cassaro, ma poi «come tutte le novità divenute col tempo normale amministrazione, entravano a far parte del consueto modo di vivere, nella monotonia delle cose che riteniamo scontate, come se il mondo fosse stato sempre lo stesso e l'umanità non fosse giunta alla realtà di oggi attraverso un lungo e difficile cammino».
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