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Quando il morbo dilagava a Palermo: il Crocifisso della Cattedrale e quella dolorosa devozione

È esattamente il Crocifisso che vediamo posto nella cappella della navata sinistra e che chiude il transetto. Forse dopo aver letto questa storia lo guarderete con occhi diversi

Gianluca Pipitò
Ricercatore storico e dell'Arte
  • 11 gennaio 2022

Dettaglio del volto del Cristo della Cattedrale di Palermo (foto tratta da Pinterest)

Era il 5 gennaio del 1625 ed a Palermo da un anno era ritornata la Peste dopo più di cinquant’anni dall’ultima epidemia. Noi palermitani siamo abituati a far coincidere la Processione per la liberazione dal morbo devastante con la data del 15 luglio 1624, cioè coincidente con il ritrovamento delle reliquie della nostra carissima Rosalia, ma in realtà vi furono diverse processioni ma quella che lasciò una memoria indelebile nei nostri concittadini, che vissero quei giorni bui e che descrissero minuziosamente e con doloroso ricordo, sicuramente fu quella del Crocifisso della Cattedrale di Palermo.

Esattamente quel Crocifisso che oggi vediamo posto nella cappella della navata sinistra e che chiude il transetto; una scultura medievale policroma in legno di tiglio, donato alla Cattedrale nel 1311 da Manfredi Chiaramonte, retto da una Croce settecentesca in pietra di agata.

Questa fatto storico che vi ripropongo viene riportato da Valerio Petrarca nella sua “Genesi di una tradizione urbana – il culto di Santa Rosalia in età spagnola” ed in cui vengono riportati dei passi davvero emozionanti scritti da due storici e diaristi dell’epoca come Giordano Cascini e Vincenzo Auria.



Come dicevamo, vi furono in quell’anno pestilenziale diverse processioni pubbliche a Palermo, anche se furono attuate molte misure restrittive per il popolo tra cui anche quelle riguardanti i raduni per le manifestazioni religiose, come nell’editto emanato dal Cardinal Doria del 5 ottobre 1624 in cui ordinava “che niuna persona possa andare in chiesa for li giorni di precetto per sentir Messa, e [che in tale occasione andasse] nelle chiese più vicine”, atto tra l’altro conservato presso la Biblioteca Regionale Siciliana.

Ma, a prescindere queste limitazioni, fors’anche per l’inquietudine dovuto al crescere del morbo e dei morti, vi era la necessità nel popolo, e diciamolo pure dei nobili e del clero, di doversi rivolgere alla fede nell’affrontare il “gladium Domini” e cercare una conciliazione con Dio e la natura, pertanto, il 15 luglio 1624 si predispose la processione con il clero al completo che accompagnavano le reliquie dei Santi Sebastiano, Rocco e di Filippo Neri seguite, ovviamente, dalle casse di Santa Ninfa e Cristina. Proprio in quel giorno vennero ritrovate le ossa di Rosalia, emblematico non credete?

Ma non fu l’unica manifestazione esterna di quel momento, infatti Il 1° agosto dello stesso anno si ripropose la processione per “implorare la salvezza” del vicerè, il principe Filiberto, ed in questa occasione spuntò la prima immagine devozionale di Santa Rosalia poiché Ella “sequiva la infermità di S.A. [il principe Filiberto] male in peggio…” ed il cardinale Doria decise di organizzare sia una processione privata che pubblica con le reliquie di Santa Cristina e il quadro di Santa Rosalia dei padri Gesuiti.

Ovviamente non poteva mancare assolutamente la processione dell’Immacolata Concezione dell’8 dicembre (il cardinal Doria avrebbe voluto, in quella occasione, portare anche le reliquie di Rosalia, ma ancora i Teologi e Medici non si erano espressi) ed è notare, in questa sequela di processioni, come si va per gradi nella supplica ad intercedere, cioè dalla richiesta ai santi sino alla richiesta di intercessione a Maria.

Ma l’ultimo atto, se non il più commovente, fu la processione devozionale del Crocifisso della Cattedrale di Palermo che avvenne, come ho già scritto, il 5 gennaio del 1625, e che da tempi immemorabili fu considerato l’ultimo baluardo e rifugio della Città contro le calamità e la disperazione, insomma vi si aggrappava al Cristo Crocifisso per ottenere il massimo perdono.

La partenza ovviamente fu dalla Cattedrale per raggiungere la Chiesa della Catena, attraversando il Cassaro e, come scrisse l’Auria, ebbe inizio alle 17 di quella domenica poiché nei giorni precedenti aveva piovuto. Seguiamo la descrizione di Vincenzo Auria: "E si vidde un pianto grande di tutto il populo, esclamando a Dio Nostro Signore Misericordia. Incomincò detta processione con portare molti persone devote cose di penitenza, come collari al collo, catene, teschi di defunti, librazzi attaccati a travi et altri simili, che a molti pareva essere il spettaculo della Santa Inquisizione. Seguitavano li verginelle e li orfanelli et tutti li religioni con le sue reliquie all’ultimo di ogni religione”, mentre Giordano Cascini aggiungeva “oltre alle famiglie religiose v’accorsero spontaneamente molte compagnie di huomini secolari che… con habiti da penitenti in varie guise commovevano se stessi et i spettatori".

Insomma una manifestazione di lutto e pietà per chiedere misericordia che terminava con la presenza del Clero "ultimo andava l’ordine del Chiericato numeroso di 1500, et infine il Cardinale in habito Pontificale di lutto coi Canonici e tutta la sua Corte, oltre i Signori ed il Consiglio Reale …, et immediatamente si conducea la bara maestosa et orrevole per se stessa, perciocchè era un monte di lumi e per la veneranda immagine del Santissimo Crocifisso che in quello era molto fitta e molto eminente (Cascini)". Talmente il fercolo era enorme che appena uscito si vedeva da lontano la sua stazza lungo il Cassaro tanto “o che per le finestre e per li balconi o che nel suolo dimorassero, e da tutti insieme si levarono le grida, mercè chiamando misericordia (Cascini)”.

Immaginate, dunque, cari lettori, l’emozione dei nostri antenati durante queste manifestazioni di pietà popolare mista a quelle penitenziali durante la pestilenza, che si era perso nell’oblio del tempo, e che ho voluto riprendere in questo articolo, visto anche la situazione attuale che affrontiamo e che ci indurrà a guardare il Crocifisso della Cattedrale in maniera diversa, ricordando ciò che fu per i nostri cittadini e per la nostra storia.
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