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Quei luccicanti (e giganti) cristalli di gesso: perché tutto il mondo viene in Sicilia per vederli

In uno scenario di rara bellezza c'è uno straordinario affioramento di cristalli giganti di gesso di origine sedimentaria nati poco meno di 6 milioni di anni fa. Ecco dove si trova

Elio Di Bella
Docente e giornalista
  • 2 maggio 2021

I cristalli di gesso di Santa Elisabetta (Agrigento)

Santa Elisabetta, in provincia di Agrigento, 2.500 anime o poco più, un bar in piazza, ritrovo per tanti per fare quattro chiacchere e guardare insieme le partite. Solo questo e poco più, sembrerebbe.

Ma, a due passi da questo piccolo mondo, andando fuori dal paese per qualche stradina, lungo la quale incroci qualche gregge, i pastori, e verdissimi prati che ti fanno venire in mente l’Irlanda, arrivi dinanzi al Monte Keli (Chieli come localmente si pronuncia), toponimo che forse significa luogo di morti.

Non immagineresti mai che qui arrivano esperti e studiosi provenienti da tutto il mondo per ammirare uno degli spettacoli più rari ed affascinanti della natura.

Poco meno di 6 milioni di anni fa l’evaporazione dell’acqua dell’antico mare Mediterraneo ha prodotto in questo angolo della Sicilia cristalli luccicanti di gesso che raggiungono dimensioni “gigantesche”.

In questo scenario di rara bellezza infatti si trova uno straordinario affioramento di cristalli giganti di gesso di origine sedimentaria. Cristalli che raggiungono l’eccezionale misura di 2-60 metri, risultando i più grandi del bacino del Mediterraneo ed addirittura annoverati fra i più lunghi del mondo.



Questo aspetto mineralogico è considerato di rilevanza mondiale. Un museo di scienze naturali di Berlino da tempo ne conserva e ne mostra ai visitatori degli esemplari di notevole bellezza. I filoni orizzontali dei cristalli di gesso, rilevabili nel terreno, dimostrano in modo tangibile la trasformazione del luogo operata dagli assestamenti geologici.

Esclusivo è l’effetto delle molteplici sfaccettature cristalline delle pietre, arricchite da licheni giallo oro, esaltate dalla luce del sole. Un unicum nel suo genere, una grande emergenza culturale e etnoantropologica con le sua antiche carcare, ma anche Archeologica con la sua necropoli e Naturalistica con il rigoglioso sommaccheto.

Porta di entrata dell’entroterra sicano della Sicilia. La Rupe di Keli è famosa anche per la sua necropoli, comprendente circa trenta tombe ad arcosolio ed una grande grotta di mq. 14 con due loculi scavati sul pavimento. Ma sono i suoi cristalli giganti di gesso di origine sedimentaria e le sue molteplici peculiarità che ne fanno davvero un unicum nel suo genere.

Oggi è una zona sottoposta a vincolo paesaggistico. Salendo in cima a Keli e immaginando la valle sottostante sgombra, si coglie uno dei più bel paesaggi del territorio, con l'imponente Montagna Comune a tre cime e la misteriosa e fatata Guastanella. Qui tutto è gesso. Tutto è cristalli di gesso, bianco e vetroso, che rimandano luccichii rossi e gialli.

Le case luccicano al sole perché fatte di gesso. Non più come prima, purtroppo, per lo scempio che il paese ha subito, e tuttavia è ancora possibile trovare intatti scorci, cortili, scalinate. Il gesso infatti fino a qualche tempo fa rappresentava una risorsa economica rilevante in quanto dava lavoro e il materiale veniva largamente impiegato nella costruzione e rifinitura delle case.

Qui “è tutto un gran masso di solfato di calce, non molto puro all’apparenza, ma dai cristalli assai grandi, che danno gesso in quantità, senza quasi alcuna fatica per estrarlo.

A sud scende a declivio ed è coperta di terriccio coltivabile, ma a nord cade quasi a picco, mettendo in mostra tutto il suo gesso, e sovrastando una discreta pianura, detta Margiu di Santu, per la quale si va verso Sant’Angelo Muxaro”, scriveva ai primi del Novecento lo studioso Salvatore Raccuglia. La presenza di lunghe vene di grandi cristalli di gesso, ha portato ad uno sfruttamento ed estrazione dello stesso in Sicilia in particolare durante il periodo della Roma Imperiale.

Questo tipo di gesso, chiamato nelle fonti antiche 'lapis specularis', la pietra dello specchio, per le sue caratteristiche di trasparenza e facilità di lavorazione, era infatti particolarmente pregiato e ricercato nel territorio di tutto l'Impero.

Oggetto quindi di un commercio importante ed usato come sostituto del vetro per la creazione di finestre in abitazioni e terme, come decorazione ed effetto scenografico durante i giochi pubblici, nonché usato nella farmacopea classica. Gaio Plinio Secondo (23-79 d. C.), nella sua opera, Naturalis Historia, scrisse che: “La pietra speculare… è stata trovata in Cappadocia e in Sicilia”. Certamente i Romani sfruttarono anche il territorio di Monte Keli.

Requisiti fondamentali ricercati dai romani per ottenere lastrine ad imitazione del vetro erano la dimensione dei cristalli (almeno alcuni decimetri) e una perfetta trasparenza. Considerando l’altezza e le dimensioni dei cristalli di Monte Keli, questo sito ha certamente avuto l’attenzione dei Romani e non solo.

I numerosi materiali archeologici rinvenuti a Santa Elisabetta e dintorni, anche di una certa qualità, permettono di ipotizzarne un utilizzo legato allo sfruttamento secolare delle cave di lapis specularis e pertanto saranno necessarie accurate attività di ricerca per strappare a queste rupi e alle grotte i loro segreti e fare un’attrazione turistica.

Nel 2019 si è tenuto ad Agrigento il primo il convegno internazionale "Geo Archeo Gypsum 2019" Geologia e Archeologia del Gesso - dal lapis specularis alla scagliola”.

Un convegno che ha esplorato l'affascinante mondo del gesso naturale e le sue varie applicazioni nell'arte nel tempo, come i lapislazzuli romani usati nelle finestre di Pompei, l'alabastro nel mondo etrusco, la selenite e l'alabastro nell'antica Grecia e l’imitazione di pietre preziose ornamentali nell'arte barocca in tutta Europa.

Gli studiosi presenti hanno visitato il sito di Monte Keli, rimanendo particolarmente affascinati dalla bellezza di questo angolo dell’entroterra sicano della Sicilia.
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