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Quel sangue "Liberty" nella Palermo post Sacco: alla scoperta della chiesa di via Sciuti

Allievo e collaboratore dello studio di Ernesto Basile, Salvatore Caronia Roberti è senza dubbio uno tra i progettisti più prolifici del Novecento siciliano. Ecco la sua storia

Danilo Maniscalco
Architetto, artista e attivista
  • 30 gennaio 2021

La chiesa di San Michele Arcangelo

«Nella dialettica sempre in atto fra trasgressione e regola, fa tradizione e rivoluzione, fra creatività e riflessione, fra fantasia e misura, Caronia fu un tradizionalista, un riflessivo, un misurato, un cultore della regola, razionalista e classico insieme».

Sono queste le parole illuminate dallo studio attento e puntuale che la studiosa Maria Clara Ruggieri Tricoli regala relativamente alla figura di Salvatore Caronia Roberti (1887-1970).

Allievo e collaboratore dello studio Basile, Caronia Roberti è senza dubbio uno tra i progettisti più prolifici del Novecento siciliano.

Nato a Palermo nel 1887, si laurea nel 1910 legando gli esordi accademici come assistente di Ernesto Basile alla cattedra di Architettura Tecnica, conseguendo inoltre nel 1914 il diploma in Architettura presso l’Accademia di Belle Arti.

Nella fase progettuale precedente all'avvento del fascismo, è uno degli epigoni basiliani più mimetici capace di declinare alla propria maniera la lezione del maestro, contribuendo alla costruzione del volto “Liberty” soprattutto nella Mondello della Belle Epoque, in maniera incisiva e determinante come progettista dell'ufficio tecnico dell'impresa Rutelli.



Insegnerà Architettura Tecnica, Complementi di Architettura Generale, Elementi di Fabbrica, Composizione, sarà preside della facoltà di Architettura e durante la parentesi littoria stringerà rapporti prolifici con Gustavo Giovannoni e Marcello Piacentini.

Acquisito con pienezza il metodo compositivo messo a punto da Basile, indipendente dallo stile e strutturato attorno alla triade vitruviana di Utilitas/Firmitas/Vanustas, Caronia Roberti sarà un progettista liberty quanto eclettico, decò, littorio, razionalista e persino organico, progetterà edifici residenziali e industriali, banche, cinema, negozi, uffici, cappelle funerarie, padiglioni espositivi edifici di culto.

Tra queste, imperano nei rispettivi ambiti urbani in cui vennero collocate, la Chiesa di Santa Lucia sul piano dell’Ucciardone e la Chiesa di Michele Arcangelo, entrambe fortemente volute dal cardinale Ernesto Ruffini (1888-1967), quest'ultima pienamente rispondente al principio mitteleuropeo di Gesamtkunstwerk (opera d'arte integrale).

Fu progettata a metà degli anni Cinquanta nell’omonima piazza e in asse come fondale alla via Pipitone Federico, caratterizzandosi all'esterno come un blocco imponente e autonomo, accessibile dalla piazza per mezzo di una scalinata in marmo che anticipa la loggia centrale da cui si accede direttamente all'interno, e ancora in direzione dell’abside ancora dalla via Giuseppe Sciuti.

L'impianto planimetrico a tre navate, di cui quella centrale a doppia altezza, si caratterizza per la semplicità e la chiarezza compositiva prossima alla forma basilicale, animata dalla luce diurna proveniente dalle finestre poste ai lati della navata centrale, mentre la svettante torre campanaria centrale rappresenta l'elemento di raduno dell'intero invaso a scala urbana.

Quasi interamente rivestita da elementi in marmo travertino alternati a superfici intonacate, la costruzione, che comprende anche la canonica e spazi annessi, un piccolo giardino e un “immancabile” piccolo campo di calcetto per i ragazzi del quartiere, occupa l'intero isolato in una sorta di autosufficienza urbanistica, quasi una enclave dello spirito e dell'arte.

Oltre al progettista infatti, tra i maggiori professionisti provenienti dall'ambito accademico del secolo scorso, la costruzione è arricchita dall'opera magistrale di alcuni tra maggiori artisti operanti nel solco di una modernità sempre a cavallo tra tradizione e innovazione.

E così, il pannello ceramico soprastante l’ingresso sulla via Sciuti, già presente all'interno della chiesa e successivamente sposato nell’attuale configurazione, è il risultato della collaborazione tra Gino Morici (1901-1972) che ne cura genesi e disegno e Giovanni De Simone (1930-1991) che ne materializza le forme ceramiche.

Dal lato opposto, quello sulla piazza, posto su di un lieve aggetto e in perfetta simmetria con la torre, fa capolino la scultura bronzea dell’arcangelo “principe delle milizie celesti” armato e ad ali spiegate, nella pienezza della cifra iconografica corrispondente, nell'atto di brandire la spada schiacciando il drago/demonio privo di scampo, scultura posta in loco nel 1972 e realizzata dalla mano felice e matura di Nino Geraci (1900-1980).

Ma è all'interno della Chiesa, che il miracolo dell'arte si allea con la mission terrena della spiritualità del cristianesimo, sublimando nella scultura bronzea del Cristo in croce, tutta la cifra empatica del messaggio salvifico del sacrificio del figlio, attraverso le mani rigorose e paterne di Mario Pecoraino (1930-2019).

Il suo Cristo, lieve e privo di gravità, quasi sospeso, sembra sostenere la pesantezza dell'interno edificio, partecipa delle funzioni insieme a credenti e celebranti, ispira i silenzi e le pause riflessive degli astanti, commuove e partecipa con spirituale presenza, sembra provenire da tempi antichi in piena sintonia con i crocifissi “gotico-dolorosi” medievali.

Chiude questa breve rassegna minima, il ciclo della via Crucis realizzata nel 1955-57 dal termitano Alessandro Manzo (1913-1994).

Un edificio di culto nella città nuova devastata dal sacco edilizio, una costruzione pienamente in accordo e in linea con le chiese del centro storico, tutte animate da quella “sacra alleanza” con l'arte che, nel costruire spazi di preghiera e meditazione, sancisce il primato del dialogo tra cultura e spirito attraverso le mani e il pensiero degli artisti.

Una storia italiana come tante nel tempo, un tassello dell’immenso manuale di storia dell'arte della nostra bellezza nazionale.
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