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Riapre, ma solo per un mese: il Convento della Magione ha quasi mille anni

L'ex convento della magione a Palermo apre le porte grazie alla Biennale Arcipelago Mediterraneo: la struttura è abbandonata da decenni

Alessia Rotolo
Giornalista
  • 11 novembre 2019

Il chiostro del convento della Magione

A lungo è rimasto un luogo inaccessibile e dimenticato, adesso torna fruibile grazie a BAM che ne fa sede di diverse mostre. Il convento della Magione fu fondato da Matteo d'Ajello cancelliere di Tancredi, l'ultimo Re dei normanni, nel 1193, sul limitare di quello che era allora la cittadella della Kalsa (Al Halisah - l'eletta).

Il termine Magione deriva dal latino Mansio, in quanto fu sede del precettore dell'ordine Teutonico. Durante la Rettoria dell'ordine Teutonico il Vicerettore dell'Ordine e l'Arcivescoo di Palermo Simone da Bologna espansero il complesso architettonico e crearono nuove cappelle dentro la chiesa. Nel 1492 il complesso passò nelle mani degli Abati Commendatari e l'insieme architettonico fu stravolto.

Il gusto barocco e poi ancora il gusto neoclassico cambiarono successivamente il volto del convento e della chiesa Nel 1920 il restauro apportato da Francesco Valenti fece tornare alla luce l'aspetto originario.

L'ex convento e il chiostro sono stati ripuliti grazie all'intervento del Comune e rimarranno aperti fino a domenica 8 dicembre per permettere di visitare spazio e installazioni (da martedì a domenica dalle 17 alle 21).

Sarebbe bello che uno spazio così imponente e storico trovasse un'altra destinazione d'uso e che venga ristrutturato e che rimanesse aperto anche dopo la Biennale d'arte contemporanea, ma di questo non abbiamo nessuna notizia.

Cinque le installazioni pensate per BAM:

Emily Jacir è un'artista e regista palestinese che si occupa principalmente di trasformazione, resistenza e narrazioni storiche ridotte al silenzio. Il suo lavoro indaga il movimento personale e collettivo attraverso lo spazio pubblico e le sue implicazioni sull'esperienza fisica e sociale dello spazio e del tempo trans-mediterraneo. Attingendo al proprio vissuto famigliare e personale l’artista ha esplorato in più occasioni l’impatto delle azioni israeliane sul popolo palestinese. Oltre a due selfportrait l’artista presenta in ÜberMauer due altre opere. Tel al Zaatar è il solo film di coproduzione palestinese e italiana. L'argomento è il massacro di palestinesi e libanesi del 12 agosto 1976 a Tel al Zaatar, il campo profughi gestito dalle Nazioni Unite nel nord-est di Beirut.

Zena el Khalil artista visiva, scrittrice, performer, attivista culturale e istruttore di yoga, lavora con tematiche concentrate sulla creazione di una cultura di pace e riconciliazione. Attraverso una complessa installazione spaziale dove un gran numero di piante fa letteralmente “sentire la propria voce”, l’artista libanese pone in essere elementi di guarigione sia spirituale sia fisica in un contesto urbano che ha subito un numero importante di ferite che occorre riconoscere e sanare, al pari di un organismo vivente. L’azione performativa finisce con l’alterare non solo la percezione dello spazio e dei suoni da parte dei visitatori ma, semmai, la natura stessa dello spazio attraverso una diversa interazione da parte delle piante, sei suoni e dell’opera che immerge lo spettatore conducendolo da un ruolo passivo a una diversa consapevolezza attiva e responsabile.

Per creare le sue opere Francesco Arena inizia dalla storia, in particolare dai fatti politici e sociali che hanno caratterizzato il recente passato. Episodi, molte volte nascosti o messi a tacere, che nelle sue opere acquisiscono una nuova vita grazie alle forme sintetiche e metaforiche delle sue sculture. Europa 11 novembre 2015 (2016) è la memoria di un’operazione di chiusura tramite reti metalliche e filo spinato del confine tra Slovenia e Croazia: una barriera, prevista come temporanea, per controllare il flusso dei migranti. In questa prima parte dell’operazione furono sbarrati 2.100 metri di frontiera. Arena realizza un nastro della stessa lunghezza di questo inizio di chiusura di frontiera, legando insieme migliaia di frammenti di corde, lacci di scarpe, cavi elettrici, nastri ecc., materiali di scarto recuperati chiedendo a famigliari, amici e conoscenti. Il nastro così ottenuto, avvolto in un grande rocchetto di legno a formare una matassa, segue il perimetro dello spazio espositivo, diventa traccia del passato.

Gili Lavy, lavora principalmente realizzando film che prendono la forma di grandi installazioni. Le sue opere esplorano costantemente il rapporto tra credenze, religione e identità, interrogandosi sull’effetto che il tempo e i rituali hanno nel creare e nel distruggere. Furlong (2019) esplora l’atto di misurare la terra alla ricerca di un immaginario incontaminato, sconosciuto. L’opera viaggia attraverso il tempo e lo spazio, scoprendo i mutamenti storici e politici che hanno lasciato un segno sulla struttura geologica della terra. Mettendo in discussione la necessità di contrassegnare i territori, di creare confini tra siti attivi e neutri, Furlong attiva una ricerca irrequieta per una Terra Nullius pacifica, una terra che non è occupata né definitiva. Paesaggi antichi e immersivi evocano scenari post apocalittici, creando l’esperienza di uno spazio che può essere solo percepito piuttosto che visto.

Fuori dalla struttura e nel giardino della piazza c'è la serie di insegne al neon Stranieri Ovunque (2006) in varie lingue deriva dal nome di un collettivo anarchico chiamato Stranieri Ovunque di Torino che combatte il razzismo attraverso le sue diverse attività. L'ambivalenza della frase reagisce con i diversi siti e contesti in cui sono collocati i segni. Le traduzioni delle due parole fungono da sottotitoli in spazi pubblici o privati, risvegliando antagonismi e paure dormienti. L'opera d'arte suggerisce anche che l'immigrazione e l'emigrazione non sono più semplici epifenomeni legati all'economia ma sono esperienze esistenziali e percettive a sé stanti. CLAIRE FONTAINE mette in discussione la violenza implicita di ogni traduzione e la necessità di presentare una lingua a un'altra per essere più ampiamente compresa, pur essendo più profondamente colonizzata.

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