Scoprì terapie per mali incurabili: chi fu il medico siciliano Salvatore Tomaselli
Se oggi pensiamo a ospedali, a interventi di sanità pubblica e a studiosi che nascono nelle nostre università, possiamo trovare in Tomaselli un antenato morale: la sua storia
Salvatore Tomasello
Nato a Nicolosi nel 1830, si laureò a Catania e compì studi che lo portarono a incidere profondamente sulle terapie del suo tempo. Il suo grande merito e la ragione per cui ancora oggi il suo nome affiora nelle cronache della medicina siciliana fu l’introduzione del chinino nelle terapie antimalariche, una scelta che non fu solo applicazione clinica ma atto politico-sociale: parlare di cura in una regione dove la malaria segnava intere generazioni significava restituire futuro a famiglie e a territori.
È a lui che l’Accademia Gioenia attribuì, già negli anni Ottanta dell’Ottocento, il riconoscimento che fece parlare della «malattia del Tomaselli» come di una tappa nella comprensione delle febbri che affliggevano le nostre campagne, una denominazione che testimonia quanto la sua voce fosse ascoltata nelle assemblee scientifiche locali e oltre.
Oltre alla battaglia contro la malaria, Tomaselli si occupò di cirrosi epatica e di quella cosiddetta “febbre di Malta”, con approcci che miscelavano osservazione clinica attenta e coraggio terapeutico, senza mai perdere di vista il paziente come persona e non come caso numerico.
Non stupisce che la sua fama travalicasse i confini stretti della provincia: a Catania il suo ritratto è rimasto negli archivi della città, i suoi interventi sono citati negli atti accademici, e la sua eredità si legge anche nello spazio urbano, la palazzina a lui intitolata ne segna la presenza materiale nella geografia cittadina, un segno di riconoscenza collettiva verso chi aveva saputo dare risposte concrete ai mali quotidiani.
Raccontare la storia del dottore Tomaselli oggi significa anche leggere in filigrana la Sicilia che lui immaginò: non sola terra di folklore o di bellezze da cartolina, ma comunità in grado di generare sapere, di costruire ospedali, di sostenere la ricerca come bene comune.
La sua lungimiranza fu contagiosa: aprì percorsi che stimolarono altri studi, altre terapie, altre generazioni di medici catanesi pronti a misurarsi con problemi complessi, dalla salute pubblica alla medicina d’ospedale, con la stessa idea che la scienza debba servire l’umano e promuovere sostenibilità sociale.
In quest’ottica Tomaselli non è un nostalgico del passato ma un precursore: la sua pratica clinica, la sua attenzione alla diffusione delle cure e il suo impegno istituzionale parlano di un medico che pensava in grande e lavorava per gli altri, intuendo che migliorare la salute popolare significava anche migliorare l’economia, la demografia, la dignità di un luogo.
Le fonti storiche locali e gli atti accademici che ne documentano gli studi e le memorie rimandano una figura poliedrica, ritratta anche dall’arte del suo tempo e ricordata negli archivi universitari come esempio di impegno civile e scientifico; leggere oggi quei documenti (dagli atti dell’Accademia Gioenia alle cronache cittadine) è ripercorrere una traiettoria che va dall’osservazione clinica più minuta alla visione di una Sicilia che investe nella salute come investimento di civiltà.
Per chi si occupa di memoria e di futuro, la storia di Salvatore Tomaselli è una lezione: la misura di un professionista che, partendo da un’Isola spesso considerata periferica, seppe collocare la ricerca medica al centro di un progetto sociale più ampio, e con ciò inaugurò una stagione in cui la scienza è diventata davvero «grande forma» di umanità e sostegno per le comunità.
Se oggi pensiamo a ospedali, a interventi di sanità pubblica e a studiosi che nascono nelle nostre università, possiamo trovare in Tomaselli un antenato morale: non tanto per la gloria personale, quanto per l’idea che cura e progresso possano camminare insieme, e che la Sicilia, e Catania in particolare, abbia tutte le risorse per essere laboratorio di soluzioni che guardano lontano.
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