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Scoprire (la vera) Agrigento in 24 ore: dai vicoli ai Templi e dalle spiagge agli apertitivi

Dalla Porta di ingresso alla città fino alla bianchissima Scala dei Turchi passando per la Valle: la città è tutta da esplorare vivendola come la vivono i suoi abitanti

  • 18 maggio 2018

Agrigento ha tutta l'aria d'essere un grande giardino a cielo aperto: caotico, fragrante, assolato e, a tratti, confuso. Percorrendo le sue strade, pare di trovarsi ora in una città del centro Europa, ora in un cantiere abbandonato dell'Est: da un metro all'altro, la sua architettura si differenzia per formati, colori, situazioni, in una miscellanea di arte estrema ed abusivismo, al limite della creatività.

Eppure è una città materna, calda e accogliente, che si estende su un territorio ricchissimo di storia, natura e cultura enogastronomica: una medaglia che ondeggia ora su una, ora sull'altra faccia, ciondolando affascinante e fiera, sul petto di una Sicilia da scoprire.

La prima colazione ad Agrigento è un rituale goloso e lento, che è sempre un'ottima occasione per assistere alle pièce alla cassa del bar: un balletto continuo, fatto di spinte bonarie e pirouette di portafogli e scontrini rubati dalle mani dei colleghi, per il piacere di offrire al compagno d'ufficio o al conoscente, caffè e cornetto d'ordinanza.

Talvolta, il sostituto della brioche, è una genovese ancora calda: conchiglia di pasta frolla ripiena di crema pasticcera o ricotta.

Porta di Ponte - così chiamata perché all'epoca della sua costruzione nel IX secolo, era costituita da un ponte levatoio - fu la più importante della città, e lo è ancora adesso, nella sua funzione di termometro politico e sociale di Agrigento.

Avviandosi verso la via Atenea (cui la Porta dà accesso) è possibile sentirsi Agrigentini in pochi minuti, chiedere e ricevere informazioni sulla città da abitanti più o meno illustri, ottenere consigli sui luoghi da vedere o evitare, sentirsi augurare buon cammino e captare qualche improperio sul malfunzionamento della raccolta differenziata, così, senza averlo richiesto.

I panellari friggono già al mattino presto, per riempire morbide mafalde, che saranno addentate qualche ora dopo da giovani liceali, alla ricreazione.

Quando si salta la scuola, si corre dritti al viale della Vittoria, per un gelato o un giro a villa Bonfiglio: le ore passano molli là, tra una mamma con passeggino e una sessione di footing mattutina.

La Stazione Centrale, che anticipa di pochi metri il principio del viale, spedisce e riceve lavoratori, turisti e studenti, a tutte le ore.

Lo si capisce dai papà in attesa e dai proprietari dei b&b, venuti ad accogliere figli ed ospiti: nessuno di loro, in entrambi i casi, porterà da sé la valigia in auto.

Il Centro Storico di Agrigento, Girgenti, è una matassa di strade e viuzze, tutte testimoni delle diverse etnie che hanno vissuto e regnato nella Città dei Templi.

le chiese, i monasteri, la Cattedrale, il Museo Diocesano e la Biblioteca Lucchesiana con oltre sessantamila volumi: percorsi di arte e fede di straordinaria intensità.

Le spose che abbigliano le basule del pavimento cittadino, con pizzi e merletti bianchi, in prossimità della chiesa di Santa Maria dei Greci o dell'Immacolata.

Le suore di Santo Spirito che, tra una preghiera e l'altra, producono dolci a base di mandorla e pistacchio. Il cous cous di pistacchio, ad esempio, prodotto con aggiunta di frutta secca e candita, lo si può trovare nei menù di taluni ristoranti del centro o nei bar tipici: simile per consistenza e aspetto al piatto arabo, in estate diventa un vizio se sormonta una coppa di gelato o di granita al limone.

È impossibile raccontare Agrigento, se non seguendo il filo dei suoi sapori: è che ti sembra di poter addentare l'intera essenza di una città, in una brioche grondante crema al pistacchio della vicina Raffadali: una colata lavica di prepotente estate, contraddizioni, ma pur sempre piena di tanto dolce buon vivere, in un territorio che non lascia spazio alle ansie, ma ossigena la mente, come in un decanter di cristallo.

Le enoteche coi tavoli dentro e fuori, e gli happy hour serviti un attimo prima che faccia sera, in una via Atenea che è un'intoccabile bella donna, sofisticata e democratica al contempo: accoglie tutti, parla ogni lingua.

I taglieri di salumi e formaggi annegati nel miele e nelle confetture di fichi, e le ricottine, con i vini delle cantine siciliane, sempre più votate al biologico.

L'olio e il pane, la riscoperta dei grani antichi e le marmellate prodotte con gli agrumi freschi del Giardino della Kolymbethra, situato proprio all'interno della Valle e affidato al FAI (Fondo Ambiente Italiano), che se ne prende cura, valorizzandone l'importanza naturalistica ed archeologica.

Zagare, mandorli, ulivi e una rete di ipogei, visitabili con dei percorsi guidati da speleologi, fanno del Giardino una delle tappe imperdibili della Valle dei Templi. Si trova proprio al suo interno, sulla via Sacra, a pochi metri dal Tempio dei Dioscuri ed è una perla d'ombra e frescura.

La Valle dei Templi - il parco archeologico più esteso al mondo, coi suoi 1300 ettari - è poliedrica, commovente nella sua calma statuaria.

Dal Tempio di Giunone, in alto, la vista si perde nei terreni liberi da edifici, e nelle arterie che conducono alle zone costiere: San Leone, Maddalusa, Porto Empedocle, e più in là si riesce ad immaginare la Scala dei Turchi, candida e maestosa, raggiungibile in automobile o dal vicino Porticciolo, col veliero Rowena, al bordo del quale si mangia pesce crudo appena pescato e spaghettate infinite, tra un tuffo e l'altro.

Raggiungere Favara, il suo castello di Chiaramonte e la galleria d'arte contemporanea Farm Cultural Park, richiede appena dieci minuti.

Così come la casa natale di Luigi Pirandello, 'u Cavusu, luogo dotato di sacralità e pace, soprattutto per gli appassionati di letteratura, i quali non tralasciano neppure i balconi pieni d'edera e le porte misteriose, nascoste tra un arco e l'altro della via Roma di Porto Empedocle, la vera Vigata delle storie noir di Andrea Camilleri.

Da Agrigento tutto è vicino, nel tempo e nello spazio: ancora marcatamente greca nelle spigolosità del carattere dei suoi abitanti, ma pur sempre araba per tradizione e cultura, in parte mistica e in parte razionale, familiare e benevola, col viso cotto dal sole e il cuore sempre votato in preghiera.

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