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Se Catania diventasse "una città autistica": ripensare gli spazi per le neurodivergenze

L'intervista a un geografo che spiega come con semplici accorgimenti si possa rendere lo spazio urbano accessibile e aperta alla varietà dei corpi e delle menti

  • 7 giugno 2026

Catania

Per anni l’autismo è stato raccontato quasi esclusivamente in ambito clinico e educativo, raramente nella dimensione urbanistica e spaziale. Eppure, la città contemporanea parla continuamente ai nostri sensi, con stimoli spesso sgarbati, fatti di luci, rumori, traffico e velocità, caratteristiche che turbano la nostra quotidianità, ma che per molte persone neurodivergenti trasformano il dialogo con la città in un’esperienza fastidiosa e dolorosa, fino a decidere di rinunciarci.

Il linguaggio stesso tradisce una visione precisa, perché parole come "disturbo" o "disabilità" segnano la distanza dallo standard neurotipico, quello che definiamo “normale”, lasciando in ombra le responsabilità dello spazio. La neurodivergenza non è qualcosa da correggere, è piuttosto un’identità legata a una diversa modalità di essere e percepire-attraversare lo spazio, da conoscere e rispettare, non patologizzare.

È qui che emerge il paradosso urbano, e Catania è tra le città più impreparate, perché pur vantando molte iniziative socioassistenziali e terapeutiche sull’autismo, una rete attiva di associazioni, centri e progetti che vedono l’ASP in prima linea, non si registrano interventi concreti per uno spazio urbano neuro accessibile.

La contraddizione emerge ancor più osservando il PUG 2024 per Catania 2030, che dovrebbe immaginare una città del futuro secondo i goal dell’Agenda Europea, ma dietro etichette come “accessibilità, vivibilità, mobilità, inclusione, rigenerazione e partecipazione”, propone azioni progettuali declinate solo sul piano dell’accesso alla città e del consumo del suolo, senza considerare la dimensione cognitiva e sensoriale di chi attraversa lo spazio urbano.

«L’autismo non è solamente una caratteristica di una mente atipica, ma è anche un’esperienza che prende forma nello spazio, nelle relazioni, nel contatto con l’ambiente» dice il geografo torinese Alberto Vanolo per spiegare da cosa muove il suo libro “La città autistica” al centro dell’incontro “Abitare, infinito presente ‘26” a Catania, promosso da Officine Culturali.

Nel raccontare il suo personale incontro con l’autismo, propone spunti per ripensare la città di domani come “autistica”, cioè aperta alla varietà dei corpi-menti come prospettiva creativa e accogliente. «La città è un laboratorio di situazioni e incontri dal valore educativo e, in senso lato, terapeutico, da non sottovalutare. Muoversi nella città ha un valore politico, sociale e culturale». Ebbene, le lotte di genere, l’emancipazione queer, le lotte razziali e la nuova visione della disabilità hanno posto una sfida culturale sulla politica dello spazio, diventando battaglie convergenti, che rivendicano un orgoglio identitario legato al diritto alla città.

Quello autistico, secondo il geografo, è solo più “punk”! Se molti filoni di intervento mirano a tentare di “correggere” l’autismo, senza interrogarsi sui desideri e bisogni della persona, diverse iniziative in Italia e nel mondo hanno scelto di adottare la prospettiva autistica per immaginare spazi di socialità attivi e colmare il ritardo solidale, sin ora declinato in concessioni temporanee e frammentate.

Fernanda Cantone, architetta e docente Unict, ha supervisionato una tesi sugli spazi per persone neurodivergenti basandosi su testimonianze della comunità stessa. Nel confronto tra la biblioteca Dusmet a Catania e il co-working “Isola” spazio di dimensioni più ridotte, è emerso che spesso le realtà più piccole sono più sensibili, e che modifiche semplici possono rendere gli ambienti più accessibili a vantaggio di tutti. Il progetto evidenzia come l’inclusività passi spesso da interventi minimi, ma ancora poco diffusi nelle città italiane rispetto ad alcune esperienze estere. «Riprogettare colori, intensità della luce, rumori e odori è semplice. – dice Cantone –. L’architettura che funziona davvero nasce dal basso».

La città autistica è una “città autism friendly”, rinunciando agli arcipelaghi di interventi isolati per immaginare una rete urbana di esercizi pubblici, negozi e servizi, territorializzando l’inclusione: formazione del personale, attenzione agli stimoli e alla leggibilità degli spazi nella progettazione, segnaletiche specifiche, zone filtro interne e bolle urbane povere di stimoli sensoriali, app per la prevedibilità dell’esperienza urbana.

Si tratta di interventi minimi, ma utili per facilitare la vita dei caregiver e garantire maggiore autonomia alle persone autistiche, rimettendo al centro la cura dell’altro e mettendo in discussione un modello urbano pensato su abilismo e consumismo. Troppo spesso le risposte sono caregiver friendly più che autism friendly, mentre le persone autistiche dovrebbero poter vivere relazioni sociali e affettive autonome anche nello spazio pubblico, e non soltanto all’interno di contesti terapeutici dedicati.

«Qualsiasi progetto deve venire dalla comunità autistica stessa. - sostiene Vanolo - Si tratta di intraprendere una rivoluzione culturale e di immaginare una società diversa. Immaginare città diverse è un modo di immaginare società diverse e migliori.».
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