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Se "fai li cosi a coppula di zu Vincenzo" qualcosa non va: la storia del detto siciliano

Un modo di dire troviamo sia in Sicilia, sia a Napoli. Detto che si fa scudo di uno degli emblemi del guardaroba siciliano: la coppola. Scopriamo le sue origini

Francesca Garofalo
Giornalista pubblicista e copywriter
  • 11 aprile 2026

Lasciamo la realtà per un istante e immaginiamo un bar d’altri tempi in un paesino siciliano. Al suo interno tanti personaggi: chi assittatu gioca a carte, chi parla animatamente della notizia politica del giorno e chi si fa i fatti suoi osservando sull’uscio i viandanti. Ma qualcosa non va e in questo idillio alla Cezanne chi distribuisce le carte, fra i due giocatori, compie un passo falso e a quel punto arriva "Fai li cosi a coppula do zu Vicenzu – Fai le cose a coppola di zio Vincenzo". Silenzio assordante, si teme il peggio. Nulla di pericoloso accade, perché siamo di fronte all’ennesimo modo dire variopinto della lingua siciliana.

Diffuso soprattutto nella zona di Siracusa e Catania, questo detto viene utilizzato quando si fa qualcosa alla buona oppure quando una situazione finisce male, da qui “Finiu a coppula di zu Vicenzu - è finita a coppola di zio Vincenzo". Detto che si fa scudo di uno degli emblemi del guardaroba siciliano: la coppola. Copricapo, dall’origine incerta e forse retaggio delle famiglie inglesi arrivate in Sicilia in cerca di investimenti.

E oltre a questa versione con il copricapo pudica, ne esiste un’altra anatomica, secondo cui la "copula" ha riferimenti al fallo maschile. E poi c’è lui: un certo zio Vincenzo. Ora, non entriamo nel merito di questa figura o eventuali parentele che, da privilegiato, lo hanno reso protagonista assoluto del detto. Una cosa però è certa: la sua presenza nel modo di dire è ormai imprescindibile.

Ma se vi dicessimo che, in realtà, Vincenzo non è un caro zio ma una storpiatura di un’altra parola? In epoca romana era in uso l’espressione "Caput sine censo – testa senza censimento". Oppure "Capite census – censimento dei capi". Riferiti a una persona talmente povera da non essere considerata e, per questo, esente da censimento e tasse. Da qui, il proverbio.

E forse, chissà, si potrebbe ipotizzare anche: “Caput sub censu – testa sotto censimento”. Zu Vincenzu sarebbe forse una storpiatura della parola censo letta velocemente: “coppula e subbicensu”; questa, solo una congettura. La cosa interessante è che il detto lo troviamo sia in Sicilia, sia a Napoli nella versione: “Mannaggia a cap ‘e zi Vincienz" come dichiara Amedeo Colella, scrittore e napoletanista a Napoli Today nel 2022. Quel “zi Vincienz” potrebbe essere un retaggio dell’annessione del Regno di Napoli a quello di Sicilia.

Potrebbe; sta di fatto che le contaminazioni da un luogo all’altro non smettono di stupire. Di sicuro questo detto, come molti altri, è uscito illeso da secoli di evoluzioni, cose fatte alla buona o forse alla sbrigativa e ci ricorda come anche i gesti più semplici richiedono attenzione. Così da non ritrovarsi con la morale e una lavata di capo di “uno zio” non zio.
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