Se "fai li cosi a coppula di zu Vincenzo" qualcosa non va: la storia del detto siciliano
Un modo di dire troviamo sia in Sicilia, sia a Napoli. Detto che si fa scudo di uno degli emblemi del guardaroba siciliano: la coppola. Scopriamo le sue origini
Diffuso soprattutto nella zona di Siracusa e Catania, questo detto viene utilizzato quando si fa qualcosa alla buona oppure quando una situazione finisce male, da qui “Finiu a coppula di zu Vicenzu - è finita a coppola di zio Vincenzo". Detto che si fa scudo di uno degli emblemi del guardaroba siciliano: la coppola. Copricapo, dall’origine incerta e forse retaggio delle famiglie inglesi arrivate in Sicilia in cerca di investimenti.
E oltre a questa versione con il copricapo pudica, ne esiste un’altra anatomica, secondo cui la "copula" ha riferimenti al fallo maschile. E poi c’è lui: un certo zio Vincenzo. Ora, non entriamo nel merito di questa figura o eventuali parentele che, da privilegiato, lo hanno reso protagonista assoluto del detto. Una cosa però è certa: la sua presenza nel modo di dire è ormai imprescindibile.
Ma se vi dicessimo che, in realtà, Vincenzo non è un caro zio ma una storpiatura di un’altra parola? In epoca romana era in uso l’espressione "Caput sine censo – testa senza censimento". Oppure "Capite census – censimento dei capi". Riferiti a una persona talmente povera da non essere considerata e, per questo, esente da censimento e tasse. Da qui, il proverbio.
E forse, chissà, si potrebbe ipotizzare anche: “Caput sub censu – testa sotto censimento”. Zu Vincenzu sarebbe forse una storpiatura della parola censo letta velocemente: “coppula e subbicensu”; questa, solo una congettura. La cosa interessante è che il detto lo troviamo sia in Sicilia, sia a Napoli nella versione: “Mannaggia a cap ‘e zi Vincienz" come dichiara Amedeo Colella, scrittore e napoletanista a Napoli Today nel 2022. Quel “zi Vincienz” potrebbe essere un retaggio dell’annessione del Regno di Napoli a quello di Sicilia.
Potrebbe; sta di fatto che le contaminazioni da un luogo all’altro non smettono di stupire. Di sicuro questo detto, come molti altri, è uscito illeso da secoli di evoluzioni, cose fatte alla buona o forse alla sbrigativa e ci ricorda come anche i gesti più semplici richiedono attenzione. Così da non ritrovarsi con la morale e una lavata di capo di “uno zio” non zio.
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