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Segno di morte e salvezza: il Papa espone la croce che "indossa" il giubbotto salvagente

Per chi salva vite umane nel Mediterraneo è un fortissimo simbolo, Papa Francesco ha voluto che questo fosse un messaggio per tutti quelli che arrivano in Vaticano

Balarm
La redazione
  • 23 dicembre 2019

La croce con indosso il giubotto donatogli da Mediterranea Saving Humans

Papa Francesco ha esposto all'ingresso del Palazzo Apostolico in Vaticano il crocifisso che "indossa" il giubbotto salvagente - recuperato alla deriva nel Mediterraneo centrale il 3 luglio 2019 - donatogli da Mediterranea Saving Humans, la Ong che salva vite nel Mediterraneo.

Lo ha fatto ricordando che la croce è, insieme, segno di morte e di salvezza, ringraziando «coloro che hanno deciso di non restare indifferenti e si prodigano a soccorrere senza farsi troppe domande sul come e sul perché», in particolare chi ascolta «il grido disperato di tanti fratelli e sorelle che preferiscono affrontare un mare in tempesta piuttosto che morire lentamente nei campi di detenzione libici, luoghi di tortura e schiavitù ignobile».

«Questo è il secondo salvagente che ricevo in dono - racconta Papa Francesco ricordando l'impegno della Chiesa - il primo mi è stato regalato qualche anno fa da un gruppo di soccorritori. Apparteneva a una fanciulla che è annegata nel Mediterraneo. L'ho donato poi ai due sottosegretari della sezione migranti e rifugiati del dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale. Ho detto loro: Ecco la vostra missione!».



«Non è bloccando le navi che si risolve il problema - aggiunge il Pontefice - bisogna impegnarsi seriamente a svuotare i campi di detenzione in Libia, valutando e attuando tutte le soluzioni possibili. Bisogna denunciare e perseguire i trafficanti che sfruttano e maltrattano i migranti, senza timore di rivelare connivenze e complicità con le istituzioni».

«La nostra ignavia è peccato - tuona Francesco - come possiamo non ascoltare il grido disperato di tanti fratelli e sorelle che preferiscono affrontare un mare in tempesta piuttosto che morire lentamente nei campi di detenzione libici, luoghi di tortura e schiavitù ignobile? Come possiamo rimanere indifferenti di fronte agli abusi e alle violenze di cui sono vittime innocenti, lasciandoli alle mercè di trafficanti senza scrupoli? Come possiamo 'passare oltre', come il sacerdote e il levita della parabola del Buon Samaritano, il facendoci così responsabili della loro morte?».

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