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Sempre senza "piccioli" ma ricco di perseveranza: il palermitano che inventò le campane per palombari

La singolare figura di un palermitano del 1500, un avventuriero di mezza età, che inventò il vaso di legno (che poi divenne metallico) a forma di campana per il recupero dei relitti marini

Gianluca Pipitò
Ricercatore storico e dell'Arte
  • 27 maggio 2021

Esempio di Campana per palombari

Sfogliando il mio archivio personale di documenti storici e articoli gelosamente conservati mi sono imbattuto nella pubblicazione di Kalòs, anno XII n. 1 gennaio/marzo 2000 a firma di Alessandro Dell'Aira e che riguarda la singolare figura di Giuseppe Bono da Palermo.

L'autore riporta che nell’Archivio General de Indias di Siviglia è custodito un fascicolo del 1583 sull'invenzione del vaso di legno (che poi divenne metallico) a forma di campana che serviva al recupero dei relitti sui fondali marini con tanto di privilegio di Cosimo I de' Medici e un decreto a firma di Filippo II.

Giuseppe Bono è l'inventore palermitano della macchina, un avventuriero di mezza età che è vissuto per un certo periodo in Toscana e che a causa di forze maggiori (cioè mancanza di picciuli, soldi ndr), partendo da Napoli, dovette lasciare a Cartagena la maggior parte delle invenzioni pur avendo il lascia passare del Re.

Il nostro buon Giuseppe comunque recuperò la campana e decise di mettere a disposizione la sua invenzione alla corte di Filippo II a sue spese accompagnandosi con un documento prezioso: il privilegio decennale ricevuto il 30 ottobre del 1570 da Cosimo I, granduca di Toscana per l'utilizzo della macchina per la pesca del corallo.



C’è l'affare del Tago che, si dice, nasconda sul fondale dell'oro e si informa sulla situazione: ci sono da recuperare sul fondale quasi 500 ancore e dei relitti.

A far da tramite all'operazione c’è il capitano d’artiglieria Don Francès del Alava che scrive a Filippo II sulla invenzione e sul personaggio Bono, tessendone le lodi ma mettendo in evidenza il fatto che si definisce “esperto in tutti i campi”, insomma sa fare tutto lui.

In realtà don Giuseppe è in mezzo una strada, anzi muore di fame e si barcamena come può per tirare avanti e in tutto ciò è allo scuro su un affare davvero interessante e che potrebbe procurargli oro, fama e l'agognata conquista del "privilegio" per lavorare nelle Indie (piene di coralli).

In effetti il nostro don Giuseppe, in uno studio sugli architetti, ingegneri e tecnici militari italiani a Lisbona sotto Filippo II, viene menzionato dal 1580 al 1583 come esperto di brulotti (una specie di siluri superficiali) e di pirotecnia, quindi tanto torto non aveva.

Nel 1582 viene immerso il vaso per il ripescaggio di ancore nel Tago, la pesca è proficua poiché vengono ripescate 6 ancore disperse da molti anni in un fondale di cinque braccia, cosa certificata dalle testimonianze scritte nel settembre del 1583 da Cristobal Rodrìguez e Antonio de Barrios che si immergono con la struttura.

Qui però avviene il dramma di don Giuseppe Bono.

Il Re Filippo II (su cui contava per avere il lascia passare per le Indie) parte da Lisbona lasciandolo senza l'agognata carta e senza un soldo.

Nulla vale la contestazione che inizia contro il Consiglio Generale delle Indie che, pur avendo avuto il beneplacito del Re, non concede la possibilità all’hidalgo (nobile, ndr) di poter commerciare nelle Indie al pari di tutti gli stranieri cattolici residenti in Spagna da almeno dieci anni.

Don Giuseppe affronta un periodo davvero nero, ma il nipote di Filippo II, il cardinale arciduca Alberto d’Austria, nonché vicerè di Portogallo, attesta di aver visto funzionare perfettamente la sua macchina subacquea sbloccando di fatto a suo favore la situazione, cosa che sembra attestata in un documento di Madrid del 10 dicembre del 1853.

Il buon don Giuseppe, per non perdere l'opportunità datagli, decide di cedere la quinta parte dei proventi che la sua macchina subacquea avrebbe ottenuto nei mari pieni di perle e coralli e non sappiamo se effettivamente riesca nella sua impresa.

Per fortuna un nuovo protettore, don Alonso Pérez, duca di Medina-Sidonia, lo aiuta a recuperare il resto della sua attrezzatura ancora ferma a Cartagena ed è qui che la iella fa il suo perentorio intervento: don Giuseppe deve pagare il dazio o far ritornare indietro tutta la sua attrezzatura ma, a quanto pare, finalmente di soldi ne ha e deve sborsare, fra lagnanze varie, circa venti ducati (trattabili) pur di soddisfare il buon don Alonso.

Da qui in poi si perdono le tracce di Giuseppe Bono, visto che don Pèrez, ammiraglio della Invincible Armada, e protettore di Giuseppe Bono dà dimostrazione che l’Armada non era tanto potente, visto che sir Francis Drake nel 1588 lo fa nuovo.

Questa è l'affascinante storia di Giuseppe Bono, ingegnoso palermitano che voleva fare il salto di qualità attraverso il famoso detto cu niesci arriniesci (insomma).
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