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Servono le vecchie 500 lire per ascoltane una: il Juke Box con le poesie lette dai vip

Una trentina in tutto le poesie, a recitarle le voci di Tornatore o Gassman: un jukebox vintage e itinerante che parte da un edificio nobiliare e va per piazze e strade

Ileana Panama
Giornalista
  • 4 novembre 2019

Come una canzone, la poesia arriva dentro un Juke box. L’idea è del professore Mauro Cappotto, docente di Storia dell’Arte del liceo Lucio Piccolo di Capo D’Orlando e assessore alla Cultura del comune di Ficarra.

«Il juke box è un’installazione che avevo realizzato nel 2014 per “La stanza della Seta”, museo d’arte contemporanea e residenza d’artista della quale sono il curatore dal 2006 - spiega Cappotto - e nasce dalla voglia di promuovere e divulgare le poesie di Lucio Piccolo, palermitano di nascita e orlandino di adozione. Poi l’idea di “aprire” il Juke box ad altri poeti e così sono arrivati Montale, Bufalino, Brancati, Cattafi, Consolo, Tomasi di Lampedusa».

Una trentina in tutto le poesie, a recitarle voci illustri come quelle di Giuseppe Tornatore, Jasmine Trinca, Vittorio Gassman. Presentato in occasione dell’ottava edizione della rassegna “Naxoslegge” di Fulvia Toscano, oggi è richiestissimo e si sposta in tutta la Sicilia per poi tornare al museo di palazzo Milio a Ficarra.

L’obiettivo è quello di avvicinare i giovani alla poesia, soprattutto agli autori locali proprio per questo, ragazzi e docenti potranno suggerire nuovi brani da inserire.

Il Juke box funziona con una monetina delle vecchie 500 lire che viene data in prestito ai visitatori che possono accomodarsi in una vera e propria atmosfera da bar con tanto di sedie e tavolino, scegliere una poesia e immergersi nell’ascolto. Se non siete ancora stati a visitare Palazzo Milio a Ficarra e ascoltato una delle poesie del Juke box, noi di Balarm vi regaliamo questa di Lucio Piccolo, tra le altre contenute nel Juke box.

Scirocco
E sovra i monti, lontano sugli orizzonti
è lunga striscia color zafferano:
irrompe la torma moresca dei venti,
d’assalto prende le porte grandi
gli osservatori sui tetti di smalto,
batte alle facciate da mezzogiorno,
agita cortine scarlatte, pennoni sanguigni, aquiloni,
schiarite apre azzurre, cupole, forme sognate,
i pergolati scuote, le tegole vive
ove acqua di sorgive posa in orci iridati,
polloni brucia, di virgulti fa sterpi,
in tromba cangia androni,
piomba su le crescenze incerte
dei giardini, ghermisce le foglie deserte
e i gelsomini puerili – poi vien più mite
batte tamburini; fiocchi, nastri…
Ma quando ad occidente chiude l’ale
d’incendio il selvaggio pontificale
e l’ultima gora rossa si sfalda
d’ogni lato sale la notte calda in agguato.

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