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Stanca si, sazia mai: la storia della donna con il cavallo nella Fontana della Vergogna

La storia della regina Giovanna e della sua fama di donna lussuriosa: Giovanna l'insaziabile, Giovanna dai cento amanti è una delle statue di piazza Pretoria a Palermo

Giusi Lombardo
Cercatrice di monumenti
  • 16 agosto 2019

Giovanna d'Angiò Durazzo nella fontana di piazza Pretoria a Palermo (foto di Giusi Lombardo)

La storia della regina Giovanna e della sua fama di donna lussuriosa l'ho sentita fin da ragazzina. Tanto famigerata (Giovanna l'insaziabile, Giovanna la dissoluta, Giovanna dai cento amanti) da essere riprodotta da una delle statue della fontana Pretoria in compagnia di un cavallo.

Infatti si racconta che ella fosse talmente insaziabile da unirsi all'animale e ciò nonostante concluse l'amplesso proferendo la frase "Stanca si, ma sazia mai". Ma chi era Giovanna II d'Angiò, regina di Sicilia?

La sua vita fu senz'altro molto complessa e problematica, sprofondata in una serie di vicende politiche e di potere che la coinvolsero in prima persona. Divenne come pedina nelle mani di potenti uomini senza scrupoli che mossero la sua persona a loro piacimento senza che ella, donna fragile ed assolutamente impreparata al ruolo a lei predestinato, fosse capace di districarsi.

Nacque in Ungheria nel 1371 da Carlo III d'Angiò Durazzo (cugino e nipote della regina di Napoli Giovanna I) e da Margherita Durazzo, i quali nel 1376 tornarono nel loro regno per salvaguardare la successione della loro dinastia.

Una volta a Napoli, i coniugi ebbero un altro figlio: Ladislao. Ma frattanto i rapporti fra Carlo III e la vecchia regina Giovanna I si erano fortemente compromessi in quanto, durante il Grande Scisma del 1378, i due si erano alleati con due diverse fazioni papali. Fu quello l'inizio delle tragedie di Giovanna II, poiché mentre il padre cercava di ottenere il trono, lei con la madre ed il fratello rimasero ostaggi della regina Giovanna I.

Non appena nel 1381 Carlo III fu proclamato re di Sicilia dal papa Urbano VI a Roma, la famiglia reale poté riunirsi. Ma cinque anni dopo il re morì e gli succedette il figlio Ladislao ancora bambino, sotto la reggenza della madre Margherita.

Da quel momento alla quindicenne Giovanna II vennero avanzate numerose proposte di matrimonio con intenti esclusivamente di successione dinastica.

Finché nel 1403, fra mille intrighi, convolò a nozze con Guglielmo d'Austria della casata degli Asburgo. Dopo tre anni rimase vedova e, non avendo avuto figli, tornò in Italia.

A 36 anni era ormai ritenuta troppo matura per contrarre un nuovo matrimonio e pertanto, delusa dalla sua vita solitaria, cominciò a frequentare la corte licenziosa del fratello Ladislao.

Divenne quindi l'amante del suo coppiere Pandolfello (o Alopo) Piscopo. Ma nel 1414 morì prematuramente anche Ladislao e Giovanna, totalmente inidonea, si trovò ad assumere il ruolo di erede al trono. Diversamente dal fratello era incapace di essere risoluta e pertanto si appoggiava sui suoi consiglieri, tenendo perfino conto dei suggerimenti del suo amante. Ma continuava a persistere un problema di fondo: la successione.

Giovanna non aveva figli e pertanto si ripropose nuovamente nella sua esistenza l'esigenza di un nuovo matrimonio. Le fu proposto il quarantacinquenne Giacomo di Borbone, conte delle Marche, con l'accordo che costui, una volta sposati, non sarebbe mai diventato re.

Ma Giacomo era perfido e, sostenuto dalle sue fazioni francesi, si impadronì della reggenza facendo decapitare Pandolfello ed imprigionare Muzio Attendolo Sforza, alleato di Giovanna. Oltretutto Giacomo detestava la moglie reputandola troppo vecchia.

Isolata, defraudata e disprezzata dal marito, lei era terrorizzata. Passarono alcuni anni e, in una rarissima occasione in cui poté uscire, il suo grido di aiuto "Non abbandonatemi, mio marito mi maltratta" fu ascoltato dal popolo napoletano, stanco delle angherie francesi, che la inneggiò all'urlo: "Viva la regina! Non vogliamo altro re che la regina!".

Con la rivolta popolare sortita, Giovanna si rifugiò a Castelcapuano mentre l'arrogante marito si ritirò a Castel dell'Ovo.

Dopo poco tempo la regina riuscì a trasferirsi nuovamente nella sua abituale dimora: Castelnuovo (il Maschio Angioino). Ma le sue sofferte vicende non erano finite. Nel ribaltamento di poteri, i vecchi nemici del fratello Ladislao pretesero i diritti persi e a corte si riaffacciarono veri o presunti ex amanti di Giovanna, non ancora divenuta ufficialmente regina.

Il coetaneo Giovanni Caracciolo (conosciuto come Ser Gianni) divenne il suo favorito ed ancora una volta Giovanna si ritrovò ad essere un burattino manovrato da uomini disonesti ed assetati di potere. Probabilmente fu questo il periodo della sua vita in cui, mentre lei inerme lasciava condurre ad altri i propri interessi, scaturì la sua fama di donna dissoluta.

In seguito complicate ed intrigate vicende politiche non fecero altro che crearle accanto profittatori e nemici, anche fra quelli che una volta le erano stati accanto come Muzio Attendolo Sforza. Finché, ormai in tarda età, si fece convincere dalla determinata cugina Covella Ruffo duchessa di Sessa che i Caracciolo fossero suoi acerrimi nemici, fino ad accettare passivamente che il suo amante Giovanni Caracciolo venisse assassinato addirittura nella sua camera da letto.

E forse da qui nacque la leggenda che "l'ape regina" Giovanna uccidesse i suoi amanti dopo il congiungimento carnale con essi, facendoli precipitare in una botola per essere divorati da un leggendario coccodrillo giunto fin lì dall'Africa attraverso il mar Mediterraneo.

Si susseguirono altri travagliati fatti politici nei quali, mentre lei aveva designato come suo successore Luigi d'Angiò duca di Calabria, questi morì nel 1434 a soli 31 anni provocandole una profonda disperazione.

Dopo un anno anche Giovanna dipartì da questo mondo (non prima di aver nominato suo erede Renato d'Angiò, fratello del defunto Luigi), lasciando dietro di lei tutta la cattiva fama che si era guadagnata con la sua fragile personalità. Forse nessuna giustificazione potrà mai riabilitarla agli occhi del severo giudizio popolare, ma è tuttavia bene tenere presente che ancora oggi donne (ma anche uomini) dal debole carattere si trovano invischiati in fatti al di sopra delle loro capacità di risoluzione che li mettono in serio pericolo e spesso li danneggiano. E non soltanto nella fama."

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